Motivare alla Sicurezza con la Comunicazione: i 4 Pilastri

Oggi voglio tornare a parlare di Motivazione alla Sicurezza, in particolare nella sfera comunicativa che, come ho più volte evidenziato, è un’area essenziale per tutti i professionisti della Sicurezza.

Sappiamo tutti quanto sia difficile coinvolgere i lavoratori a rispettare le proprie indicazioni. Troppo spesso le aziende, vittime della fretta e delle abitudini malsane, finiscono per diventare complici di comportamenti intollerabili, che mettono a rischio Salute e Sicurezza.

Il compito essenziale per ogni professionista del Safety è proprio di accompagnare le organizzazioni a un salto culturale, dove il rispetto delle norme sia un requisito imprescindibile.

Ecco allora che comunicare efficacemente col fine di Motivare alla Sicurezza tutti i livelli aziendali diventa una sfida da affrontare con le giuste risorse. In questo approfondimento di oggi ti voglio raccontare i 4 pilastri della Comunicazione Motivazionale.

Si tratta di alcune regole d’oro di uno stile comunicativo che ti faciliti nell’arduo compito di condividere la Sicurezza in azienda.

1. Sfruttare il potere dell’empatia

L’empatia, la capacità di provare ciò che prova l’altro, non è solo un parolone con cui riempirsi la bocca. Nel nostro Framework del Safety Coaching indica la capacità di un professionista di scegliere le giuste parole in base al proprio interlocutore.

Nei miei corsi mi piace spesso ripetere “dì alle persone ciò che vogliono sentirsi dire”.
Questo non vuol dire fare l’amicone o tollerare comportamenti errati, ma semplicemente tarare la propria comunicazione al giusto livello. Facciamo un esempio.

Sei in una riunione di coordinamento in cui gli operai hanno le facce svogliate? Bene, parti da quello: “Lo vedo dalle vostre espressioni che per voi la sicurezza è una rottura di scatole, proprio per questo cercheremo di rendere ogni riunione settimanale piacevole e utile per tutti, così che magari col tempo diventi anche per voi un motivo di soddisfazione.
Ricorda: nessuno può correre se prima non gli insegni a camminare.

2. Sfrutta il minimalismo comunicativo

Uno dei problemi più grandi della Sicurezza sono gli astrusi e complessi termini che ne costituiscono l’ossatura. POS, DVR, DUVRI, RSPP, ASPP, RSL e chi più ne ha più ne metta.

Ho ascoltato con i miei occhi riunioni e comunicazioni intorno alle regole di Safety piene di paroloni e di concetti complicati. Quando comunichi la Sicurezza, con lo scopo di motivare le persone, devi sempre semplificare al massimo. Poche parole, semplici, chiare e concise.

Questo vale tanto nelle comunicazioni dal vivo, nella formazione, quanto nelle mail o nei comunicati scritti.
Ricorda: se non riesci a spiegarlo con parole semplici vuol dire che non l’hai davvero capito!

3. Ogni comunicazione sottende un messaggio

Vi ruberò solo un minuto” “Ti lascio subito a cose più importanti” “Per favore concedimi solo una parola” e altre frasi fantozziane come queste, ti tolgono potere ed efficacia.
Come puoi pensare di motivare qualcuno a rispettare le norme di sicurezza se tu per primo ti poni in una posizione di inferiorità?
Il tuo lavoro è sacro, la tua professionalità ha un grande valore e il tuo tempo è oro. Non permettere alle tue forme linguistiche finto-cortesi di dichiarare inconsciamente “Quello che devo dire io tanto non interessa a nessuno!“.
Ricorda: ti tratteranno sempre per come permetterai agli altri di trattarti.

4 Ogni parola evoca emozioni

Tra poco ti rivelerò il quarto segreto che ti permetterà di potenziare al massimo la tua comunicazione.
Nella frase che hai appena letto ho evocato emozioni di curiosità, di forza e di crescita grazie a 3 parole usate ad arte: rivelare, segreto, potenziare, massimo.

Quando comunichiamo, sia in forma scritta che orale, sia a un singolo che a un pubblico, possiamo letteralmente creare magie con le parole.
Per riuscirci però è necessario avere piena consapevolezza della nostra linguistica, degli aggettivi che scegliamo, delle parola che stiamo utilizzando.

Le nostre parole evocano emozioni, immagini, stati d’animo e sentimenti che si legano indissolubilmente al nostro lavoro e al nostro messaggio.
Trasmettendo parole efficaci rafforzeremo il nostro discorso, rendendolo motivante e stimolante anche su un argomento delicato come la Sicurezza nei Luoghi di Lavoro.

Allenati all’auto-ascolto, verificando di tanto in tanto l’efficacia del tuo linguaggio evocativo.
Ricorda: ogni parola può trasformare positivamente il tuo impatto comunicativo.

Bene, spero che questi 4 pilastri ti aiutino nella tua sfida quotidiana di Creare Cultura della Sicurezza.

Sconfiggi l’ansia da Formazione!

Tensione alle stelle, sudore, mani che tremano…

Questi sono solo alcuni dei segnali che possono manifestarsi quando ad esempio stai per tenere una riunione o uno speech formativo.

Ti è mai successo?

Bene, Ti presento l’“ansia da formazione” e in questa newsletter di oggi vediamo come affrontarla al meglio.

In rete ci sono migliaia di contenuti, più o meno utili, ma quello che voglio condividere con te oggi, è una checklist di errori da evitare assolutamente, frutto della mia esperienza sul campo.

Partiamo subito.

Errore 1: Combattere la paura

Il primo errore, è il desiderio di perfezione.

Qui, forse la colpa è dei vari guru denoantri, i quali ti fanno credere che per essere un buon formatore, devi per forza combattere la tua paura e apparire invincibile.

Una grande menzogna…

Tra le cose più importanti che ho imparato nella mia carriera è che uno dei segreti per controllare l’ansia prima di tenere un discorso, è ammettere la propria fragilità ed emotività.

Proprio così…

La paura non va combattuta con tutte le forze, ma bensì accettata. Sentirsi umani e accettare le nostre emozioni è il primo modo per togliergli forza.
E una volta che accetti le tue emozioni, hai una chance di orientarle.

Ricorda: È molto più efficace ammettere le proprie fragilità davanti al pubblico, iniziando il discorso dicendo: “Buongiorno a tutti, sono molto emozionato a parlare con voi oggi”.

Così facendo elimini quel senso di aspettativa nei tuoi confronti che ti rende vulnerabile e genera una spirale di ansia crescente.

Errore 2: Improvvisare

Anche una semplice riunione con i lavoratori non va sottovalutata…

Che significa?

Significa che molti consulenti o responsabili della sicurezza, hanno il vizio dell’improvvisazione, presentandosi ai vari incontri senza alcuna preparazione sparando informazioni a casaccio.

“Tanto è una semplice riunione…”

Poi però prendono la parola e iniziano a sciabordare fiumi di obbighi e normative senza un filo logico.

Prepara sempre con largo anticipo i punti principali del tuo discorso e focalizza le tue riunioni per obiettivi specifici.

Ricorda: Una riunione o un incontro senza un obiettivo preciso si trasforma sempre in una chiacchierata improduttiva.

Errore 3: Fare troppo affidamento sulle slide

A proposito di improvvisazione, torniamo sulle tanto decantate Slide..

Qui non voglio soffermarmi troppo, anche perché è un argomento che abbiamo già trattato più e più volte.

Le slide sono uno strumento molto importante per aiutare le persone ad acquisire con più facilità gli argomenti che tratti, ma quello che più conta, sei tu come formatore.

L’errore che molti commettono, è quello di perdere tempo a preparare vagonate di slide, anziché dedicarlo alla preparazione del discorso.

In pratica usano la legge di Pareto così: l’80% del tempo alle slide e il 20% a tutto il resto.

Ecco, tu fai l’esatto opposto: usa l’80% a prepararti al meglio esercitandoti nel tuo discorso evitando di improvvisare e il 20% alle slide.

Ricorda: Le slide non sono lo strumento più importante del tuo discorso ma sono un semplice supporto visivo.

Errore 4: Paura delle obiezioni

Una delle cose che terrorizza a morte chi fa formazione, sono le obiezioni.

Una paura totalmente infondata…

Le obiezioni sono un segnale positivo, perché significa che il discente ti sta ascoltando e non è del tutto indifferente a ciò che stai trattando.

Ora, esistono diverse tecniche per gestirle (se le vuoi conoscere, leggi con attenzione fino in fondo), ma la cosa migliore da fare è sempre quella di accogliere l’obiezione invitando la persona a raccontarti di più del suo problema.

Così facendo, oltre ad acquisire la sua fiducia, potrai capire fin da subito quali sono le sue idee e convinzioni sull’argomento che stai trattando.

5 Parlare a ruota libera

Questo più che un errore, è un consiglio…

Spesso l’ansia da formazione, ci spinge a prendere in mano il microfono e iniziare a parlare per ore senza mai fermarci o senza chiederci se il pubblico è attento e sta ascoltando.

Ora, nel tuo caso, visto che l’argomento è spesso di natura tecnica, sono sicuro che al 99,9% nessuno ti ascolterà per più di 1 ora senza cali di concentrazione.

Piuttosto usa le pause, e domanda a chi ti ascolta se ci sono dubbi o domande su quanto detto.

Così facendo spezzi un po’ il ritmo del discorso e richiami l’attenzione di chi era distratto.

Ricorda: Durante la tua riunione, controlla sempre il tuo pubblico e chiediti: “Qual è il livello di energia della sala?” “Ho la loro piena attenzione?”

Bene.

Questi sono alcuni dei principali errori che contribuiscono a creare quell’ansia fastidiosa prima di un discorso.

Come ogni mestiere anche quello del formatore è tanto più semplice quanto più si fa esperienza. Il problema più grande però è che ripetere 10000 volte le stesse cose, senza regole e strategie precise, non significa fare esperienza.

Dire-cose-a-un-pubblico è cosa ben diversa rispetto a Fare Formazione.

Sicurezza Lavoro: Come gestire i conflitti coi lavoratori

Oggi parliamo di comunicazione “nonviolenta”.

Si tratta di un modello comunicativo ideato nel 1960 da Marshall Rosenberg, che permette di evitare le frequenti incomprensioni a livello comunicativo che spesso generano conflitti.

Da consulente o responsabile della sicurezza, sicuramente ti sarà capitato di avere conflitti comunicativi con lavoratori che si ostinano a non seguire le tue indicazioni oppure non ascoltano.

Comunicare come ben saprai è una delle skill più importanti e più difficili da imparare.

Spesso anche se il tuo modo di parlare non sembra aggressivo, le tue parole possono comunque ferire o indispettire chi hai di fronte. 

La comunicazione non violenta ti aiuta a evitare reazioni istintive e ad usare le parole in modo approssimativo, favorendo invece una comunicazione più empatica e attenta, attraverso 4 componenti.

La prima componente è:

1. L’osservazione dei fatti senza valutare

Che significa?

Quando ti trovi di fronte a una particolare situazione, devi analizzare con chiarezza ciò che vedi e senti senza generare alcun tipo di valutazione.

Ricorda: Quando combini l’osservazione con la valutazione, le persone

saranno propense a sentire una critica e ad apporre resistenza a ciò che dici.

La seconda componente della comunicazione nonviolenta riguarda:

2. L’identificazione dei sentimenti

Che cosa significa?

Individuare i sentimenti che l’osservazione dei fatti suscita in te, riconoscendo le emozioni provate.

Attenzione però…

Esprimere i propri sentimenti, non è facile ed è importante distinguere ciò che senti da ciò che pensi di essere.

Ricorda: Esprimere i tuoi sentimenti in modo chiaro e preciso, utilizzando parole che suscitano emozioni specifiche e mostrando vulnerabilità, può aiutarti a risolvere i conflitti.

La terza componente riguarda l’accettazione di ciò che sta alla base dei tuoi sentimenti: 

3. Riconoscimento dei bisogni

Ogni emozione che nasce da una particolare situazione, suscita automaticamente una serie di bisogni.

Ciò che è importante qui, è riconoscerli e definire quali se realizzati produrranno in noi una sensazione di benessere e soddisfazione.

Ricorda: Quello che gli altri dicono o fanno, non è mai la causa dei tuoi sentimenti, bensì sono il risultato di come tu scegli di riceverli.

In ultimo abbiamo l’azione:

4. L’espressione delle richieste

Quando i tuoi bisogni non sono soddisfatti, hai la necessità di chiedere 

agli altri di compiere una o più azioni che possano soddisfare quei bisogni.

Anche qui è importante:

  • Evitare di formulare richieste in modo vago o ambiguo;
  • Usare un linguaggio positivo, dichiarando quello che vuoi ottenere.

Ricorda: Spesso le richieste vengono percepite come “pretese”, soprattutto se chi ti ascolta pensa siano delle imposizioni, e che sarà in qualche modo punito se non le esaudirà.

Ciò che devi fare in questi casi è evitare di far percepire l’obbligo alle persone, ma far trasparire la volontarietà.

Ora, facciamo un esempio per cercare di riassumere un po’ tutte le 4 componenti.

Supponiamo che il nostro caro Mario, stia lavorando senza usare le dovute precauzioni.

Che cosa faresti in questo caso?

Potresti fiondarti su di lui e iniziare ad aggredirlo verbalmente, a minacciarlo o giudicarlo, finendo probabilmente per irritare il povero Mario.

Oppure puoi usare la comunicazione nonviolenta seguendo i 4 passi descritti qui sopra:

  1. Osservazione dei fatti senza giudicare: Mario sta lavorando per l’ennesima volta senza protezioni.
  2. Come ti senti osservandolo? Irritato, triste o felice che non ascolti mai?
  3. Quali bisogni generano questi sentimenti che provi?
  4. Qual è l’azione che desideri faccia Mario?

“Ciao Mario, quando ti vedo lavorare su questo macchinario senza caschetto e occhiali protettivi mi metti in difficoltà, perché ho bisogno che tutti voi seguiate le norme di sicurezza al fine di evitare infortuni.” 

“Saresti disposto a indossare subito le dovute protezioni?” 

Questo è un semplice esempio di comunicazione nonviolenta che ti aiuterà a evitare conflitti con i lavoratori o incomprensioni e a comunicare con maggior empatia.

Come convincere i lavoratori a utilizzare i DPI

“…sembra che i lavoratori non capiscano l’importanza di usare i DPI di sicurezza.”

Questa è una delle classiche lamentele che molto spesso sento da consulenti o responsabili della sicurezza, durante i miei corsi.

Si tratta di un problema molto comune, lavoratori che non ascoltano e non percepiscono l’importanza di utilizzare le dovute protezioni, rischiando incidenti o infortuni sul lavoro.

Ma è possibile influenzare e modificare questi comportamenti negativi?

La risposta è sì, esiste infatti una skill che ogni buon professionista della sicurezza ha a disposizione e che deve affinare al meglio, per motivare i lavoratori ad attuare comportamenti più virtuosi.

Quale?

Ora ci arriviamo…

Prima però ti voglio parlare di un celebre esperimento a proposito delle percezioni.

In questo esperimento, è stata fatta annusare una sostanza particolarmente odorosa a 2 gruppi di persone.

Al primo è stato detto che di lì a poco avrebbero annusato del sudore umano, mentre al secondo gruppo, un’essenza di un famoso – e molto costoso – formaggio francese.

Come è facile immaginare, con queste premesse, le reazioni dei 2 gruppi sono state molto diverse.

Chi era convinto di aver annusato del sudore umano ha manifestato a livello cerebrale, un senso di disgusto e di forte stress.

Chi invece era convinto di odorare una pregiata essenza di formaggio francese, ha manifestato una reazione totalmente diversa.

Attivazione dei centri del piacere, salivazione e accensione di aree cerebrali, tipiche di quando desideriamo ardentemente cibo, sesso e beni di lusso.

Stessa sostanza ma reazioni neurologiche diverse.

Sono bastate poche parole per spostare l’attenzione del cervello verso un’altra versione della realtà, influenzandone le aspettative.

Ora, perché ho voluto raccontarti di questo esperimento?

Come dicevo prima, una delle skill fondamentali che ogni professionista della sicurezza deve saper utilizzare, è quella di adattare il proprio linguaggio e le parole a seconda dei contesti.

Significa che in base al messaggio che vuoi trasmettere, ci sono parole che possono aiutarti a generare una maggior autorevolezza e a favorire una relazione più empatica con chi ti ascolta.

Voglio quindi condividere con te, 5 parole che non devono assolutamente mancare nel tuo vocabolario da Safety Coach.

1. Sì

Il è una fantastica parola dal potere ipnotico che manifesta un significato di conferma e affermazione.

Quando davanti a un confronto con un’altra persona usi il , dichiari apertamente che sei pronto a collaborare e a dialogare.

Facciamo un esempio…

Mario, il nostro lavoratore, manifesta qualche dubbio nell’utilizzare il casco protettivo.

“Mi sembra scomodo e non l’ho mai usato in passato… non è mai successo nulla”.

Ora hai 2 strade:

puoi imporre le tue idee, chiudendo di conseguenza ogni tipo di confronto e non facendo capire l’importanza di utilizzare i dispositivi di sicurezza.

Oppure puoi utilizzare il sì, creando una relazione di empatia con Mario, e allo stesso tempo aprire un dialogo.

“Sì Mario, capisco benissimo ciò che vuoi dire, ci sono alcuni aspetti che non stai considerando…”

Anche quando devi portare un punto di vista diametralmente opposto al tuo interlocutore, utilizzare il sì ti spiana la strada e ti facilita nella creazione di relazione.

2. Facile

Il nostro cervello adora le cose semplici.

Purtroppo la sicurezza, se presentata come fanno la maggior parte degli pseudo-professionisti e dei burocrati come un insieme di norme da seguire o DPI da utilizzare, non rientra in questa categoria.

Utilizzando invece parole come “facile” o “semplice” o “lineare”, hai la possibilità di modificare la percezione di questa materia, motivando di conseguenza i lavoratori a seguirti.

“Abbiamo modificato la nuova procedura, rendendola ancora più semplice e facile da attuare”

3. Scoperta

Questa parola richiama il piacere della curiosità e della ricerca.

Utilizzarla, significa coinvolgere i lavoratori e stimolarli nella ricerca di soluzioni più efficaci.

Ad esempio, Mario potrebbe dire:

“Mah… onestamente non penso siano necessarie protezioni in questo reparto…”

e tu potresti rispondere:

“Ok Mario, vorrei prendermi un momento per scoprire insieme a te cosa potrebbe funzionare meglio in questo reparto.”

4. Libero

Ecco un’altra parola molto potente in grado di risvegliare le emozioni delle persone, stimolarne il potenziale e rafforzare l’autonomia di chi ti ascolta.

Può capitare a volte, che i lavoratori non indossino le protezioni perché scomode.

Puoi prevenire questo problema, semplicemente chiedendo:

“Mario, sei libero di segnalarmi se c’è qualcosa che ti preoccupa o su cui non sei d’accordo.”

Così facendo, incoraggerai Mario a portare il suo punto di vista, oltre a suscitare nella sua mente la bellissima sensazione di libertà.

5. Risparmio

Le persone amano risparmiare, sia che si tratti di soldi, energia o tempo.

Puoi utilizzare la parola risparmio per far capire ad esempio quanto tempo e grattacapi risparmierebbero i lavoratori, lavorando in sicurezza ed evitando stupidi infortuni.

Vediamo una delle più classiche obiezioni:

“È una lavorazione banale, non ho il tempo per fermarmi e indossare casco e occhiali protettivi…”

“Ok Mario, lo capisco… e se per caso venissi colpito da una scheggia? Come possiamo fare per aiutarti a risparmiare ancora più tempo e a lavorare in Sicurezza?”

Ricorda: utilizzare un linguaggio attento, consapevole ed efficace è il primo passo per trasformare una materia piena di norme e regole in qualcosa di coinvolgente e stimolante.

Inizia da questi piccoli consigli di oggi e vedrai che riuscirai a essere sempre più consapevole del tuo vocabolario e della tua capacità di attivare l’attenzione.

Sicurezza Lavoro e la Strategia Tempo di Cottura

Qualche giorno fa, in un breve attimo di pura procrastinazione pomeridiana, mi sono imbattuto in un meme molto divertente che ironizzava sui tempi di cottura della pasta.

Non è un mistero infatti che quando si vuole preparare un buon piatto di pasta, molte volte si perde più tempo a trovare i tempi di cottura che a cucinarla.

Effettivamente una cosa assurda se ci pensi…

Dico io: non è possibile inserire i tempi di cottura al centro del pacchetto con un font bello grande, in modo che chiunque possa notarlo a colpo d’occhio?

Misteri della pasta… 🙂

Ad ogni modo, come sempre, questo ha fatto nascere in me una piccola riflessione.

Prova a pensare un attimo al mondo della Sicurezza…

Quanto ci mette solitamente un lavoratore a capire dove si trova un DPI, se nessuno glielo dice?

Oppure,

quanto ci mette a comprendere un’azione o una procedura nuova, che lo porti a lavorare in sicurezza?

Secondo te è sempre tutto sufficientemente intuitivo?

Vista la mia esperienza nelle aziende so che molto spesso si danno per scontate tante routine consolidate, senza un processo di comunicazione efficace e coinvolgente.

Ed è esattamente ciò che succede sulle confezioni della pasta:

Informazioni ESSENZIALI, che però sono nascoste (o addirittura mancanti in alcuni casi)

Il punto è che, mentre con la pasta il rischio è minimo (considerando che gli italiani sono provetti cuochi che scolano a “sensazione”), nel mondo della Sicurezza le cose si fanno ben più complesse.

Le informazioni importanti devono essere fruibili e pronte all’uso. E allo stesso tempo le procedure devono essere semplificate al massimo.

Tutto deve essere chiaro e ben evidente per i lavoratori.

Qualche esempio di cosa intendo?

  • DPI posizionati in luoghi strategici all’interno dell’azienda…
  • Comunicazione semplice ed efficace sui rischi e i pericoli in azienda…
  • Processi più agevoli per lavorare in totale sicurezza…
  • Formazione esperienziale passo passo…
  • Condivisione di dati certi, chiari e attendibili
  • Modulistica semplice e check-list intelligenti…
  • Tempestiva comunicazione sui Near Miss…

La lista delle best practice per assicurarsi un ambiente favorevole alla condivisione delle norme di Sicurezza potrebbe allungarsi all’infinito.

Anche di questo un vero Safety Coach dovrebbe preoccuparsi.

Molto spesso consulenti e responsabili della sicurezza, tendono a focalizzare tutta la loro attenzione sull’aspetto burocratico, utilizzando la strategia: tempo di cottura.

Che significa?

Significa che nella loro visione globale, la sicurezza è sinonimo di: aggiornamenti da fare, sigle da conoscere e DVR sempre più complessi da consegnare al Datore di Lavoro.

Niente di più sbagliato!

Ancora oggi leggo nei forum, osservo le Slide utilizzate per la formazione e perfino sui canali Social trovo degli accrocchi indicibili…

Ricorda: La Sicurezza sul Lavoro, per funzionare, deve essere semplice.

Mi senti spesso parlare di Motivazione, Coinvolgimento, Pro-attività… Ma come possiamo rendere le cose piacevoli e interessanti se continuiamo a parlare solo per sigle incomprensibili e acronimi marziani?

Continuare in quella direzione equivale a iper complicare le cose anziché semplificarle, tralasciando quello che davvero fa la differenza.

Esattamente come avviene con il tempo di cottura della pasta.

Un professionista certificato con il nostro metodo Safety Coaching, lavora invece in maniera completamente diversa.

Anzitutto partiamo da un concetto essenziale: oltre alla conoscenza tecnica è necessario aggiungere il livello della capacità di condivisione.

A che serve possedere informazioni tecniche corrette se poi non si è in grado di condividerle e farle accettare a tutti i livelli aziendali?

Il nostro metodo di lavoro dunque si basa su 8 competenze (Safety Coaching Framework®) che si armonizzano alle competenze tecniche del professionista della Sicurezza, accelerando la capacità di produrre risultati nella sua organizzazione.

Attivare l’attenzione alla Sicurezza: i 2 scenari tipici

Non c’è n’è Coviddi!!

Uno dei tormentoni più divertenti di quest’estate, è l’intervista fatta a una signora di Mondello, la quale affermava che il Covid era ormai passato.

Tutti noi abbiamo scherzato su questo tormentone, ma inconsciamente, abbiamo mollato un po’ la nostra attenzione..

Dopo mesi di quarantena infatti, abbiamo ricercato in tutta fretta quella normalità che tanto ci mancava, dimenticando però una piccolo ma essenziale dettaglio: il virus non è ancora stato debellato.

Anzi, è necessario continuare a mantenere la guardia alzata, per evitare un possibile ritorno dei contagi.

Stando alle ultime notizie questa guardia si è completamente abbassata, soprattutto tra i giovani.

Durante l’estate ne ho viste e sentite di tutti i colori, gente senza mascherina, assembramenti nei luoghi pubblici e frasi del tipo:

“Ormai il Covid è passato…”
“D’estate il virus non attacca…”

Il risultato finale di questi atteggiamenti, è stato:

1 – la curva dei contagi in rialzo;
2 – nuove misure cautelative al fine di diminuire le possibilità di contagio e garantire la sicurezza di tutti.

Ora, secondo te, come abbiamo fatto a passare dalla solidarietà comune del “Andrà tutto bene restiamo a casa per la sicurezza di tutti” a “Il covid è finito, torniamo a fare come vogliamo”

Semplice, abbiamo abbassato la guardia perdendo consapevolezza sui reali rischi del virus, maturata durante la quarantena.

Come e quando è necessario creare consapevolezza?

Quando ripenso al “Non c’è n’è coviddi” della signora intervistata e alla sua sicurezza nel fare questa affermazione, tornano protagoniste le frasi standard dei lavoratori nelle aziende..

“Ma sì, non si è mai verificato un singolo incidente qui, perché dovrebbe succedere proprio ora?”
“Ho sempre fatto così e non è mai successo nulla…”

Affermazioni che conosciamo benissimo, totalmente sbagliate, che nascono però (il più delle volte) dall’esperienza diretta del lavoratore.

Quindi, in un certo senso, hanno di fatto un fondamento.

Ed è qui che entra in gioco un Safety Coach: con la sua capacità di far cambiare atteggiamenti e abitudini sbagliate nelle aziende, tiene alta la consapevolezza sui rischi nei luoghi di lavoro.

“Ok Matteo, ma come posso stimolare i lavoratori a ritrovare la consapevolezza perduta?”

Ora ci arriviamo, prima però dobbiamo partire da una piccola premessa…

Creare consapevolezza non significa limitarsi a dire agli altri cosa fare.

Molti consulenti o responsabili della sicurezza, dispensano indicazioni ai lavoratori senza però assicurarsi che questi ne comprendano le reali motivazioni.

Dire a un lavoratore:
“mettiti la mascherina..”
“indossa i DPI di sicurezza altrimenti ti fai male…”

È praticamente inutile poiché non ci sarà mai un vero e proprio switch mentale da: lo faccio perché devo a lo faccio perché lo comprendo.

Esistono 2 momenti importanti in cui bisogna creare consapevolezza:

  1. Quando un lavoratore inizia un nuovo percorso dove dovrà affrontare nuovi rischi e pericoli specifici per una determinata attività;
  2. Quando una persona ha accumulato una notevole esperienza lavorativa e si è abituata ai rischi presenti nel suo ambiente, diventandone assuefatta.

Nel primo caso, il tuo compito è quello di organizzare una tipologia di formazione atta a stimolare nella persona la ricerca autonoma dei rischi, attraverso coinvolgimento, domande di esplorazione ed esperienze pratiche.

Per fare questo, puoi aiutarti con uno dei nostri capisaldi del Metodo Safety Coaching: domande tipiche per creare consapevolezza.

Puoi provare con domande aperte del tipo:

  • Quali sono secondo te i rischi di questa lavorazione?
  • Quali sono le attenzioni da avere in questo reparto?
  • Che cosa potrebbe accadere di pericoloso mentre esegui questa lavorazione?

Mi ripeto sempre su questo passaggio fondamentale: domandare prima di dire. Solo allenandoti a stimolare il pensiero dei tuoi discenti potrai davvero creare consapevolezza.

Nel secondo caso invece, le cose si complicano…

Quando abbiamo lavoratori forti della loro esperienza lavorativa che però tendono a fregarsene delle indicazioni di Sicurezza, dobbiamo lavorare in primis sul creare una forte relazione di fiducia e manifestare la nostra intenzione di essere un partner di crescita.

In queste situazioni può aiutare molto l’utilizzo del dato. Prendiamo il nostro esempio del Covid: che cosa stanno facendo i mass media per riportare un briciolo di consapevolezza nelle persone, rispetto al virus?

Riportano quotidianamente i dati sui nuovi contagi, combattendo l’assuefazione a suon di statistiche (e talvolta anche un pizzico di terrorismo mediatico).

La stessa cosa che devi fare in azienda per stimolare i lavoratori di vecchia data ad aumentare il livello di percezione sui rischi, sfruttando il potere di dati oggettivi: questi sono neutri e inattaccabili (N. di infortuni per quel tipo di lavorazione, statistiche sugli incidenti etc.).

Oltre a questo, puoi sfruttare anche le riunioni aziendali per:

  • Fare domande per stimolare continuamente l’attenzione dei lavoratori;
  • Creare giochi di ruolo per riattivare una comunicazione più dinamica;
  • Strutturare dei cicli di formazione mirati ogni 3/6 mesi.

Una volta che il lavoratore avrà raggiunto un elevato grado di consapevolezza sui pericoli in azienda, è necessario responsabilizzarlo coinvolgendolo attivamente nelle scelte e nelle strategie da adottare per lavorare in sicurezza.

Ricorda: senza consapevolezza non possiamo prendere scelte di qualità. Il compito di un esperto di Sicurezza sul Lavoro non è dire agli altri cosa fare.

Il vero compito di chi fa Sicurezza è creare, giorno dopo giorno, altri esperti di Sicurezza.

Near miss: l’arma sottovalutata del Safety

Oggi parliamo di un argomento tanto importante per la sicurezza, quanto sottovalutato: i NEAR MISS (anche detti “quasi infortunio” o “mancato incidente).

È un termine usato per indicare un particolare evento, che sarebbe potuto trasformarsi in incidente o infortunio sul lavoro, ma che per circostanze fortuite non si verifica.

I near miss rappresentano le basi per correggere tempestivamente le procedure e i comportamenti potenzialmente pericolosi nelle aziende.

Il lavoratore vittima di un mancato incidente, dovrebbe comunicarlo al proprio Consulente o Responsabile della Sicurezza, il quale avrebbe la possibilità di prendere provvedimenti, ai fini di ridurre il rischio.

Questa sarebbe la fotografia perfetta del mondo ideale del Safety, sei d’accordo?

Tuttavia c’è un problema…

Le cose non stanno proprio così.

Nonostante la segnalazione dei Near Miss sia un elemento di estrema importanza per tutto il processo di sicurezza aziendale, essendo un’attività totalmente a carico del lavoratore, viene spesso trascurata.

Questo succede essenzialmente per diversi motivi, tra cui:

1- Un sistema motivante sbagliato all’interno dell’azienda, per cui si premia la mancanza di infortuni. Il che fa percepire la segnalazione di un potenziale incidente, in una forma di penalità.

2 – La paura di essere ripresi o malvisti da superiori e colleghi, col rischio di venire etichettati come “spie” o “lecchini”.

3 – La convinzione che la segnalazione non serva a nulla e non interessi a nessuno.

4 – La fallacia dello scommettitore. Un bias mentale che porta all’errata credenza che eventi passati, possano influire su eventi futuri.

Per farti capire cosa intendo con quest’ultimo punto, ti riporto l’esempio del gioco del Lotto.

Molto spesso i giocatori incalliti, ogni settimana puntano assiduamente sui soliti numeri ritardatari convinti che “prima o poi usciranno”.

Ovviamente non c’è nulla di vero in tutto questo, eppure un giocatore è convinto del contrario.

C’è una barzelletta molto simpatica su questo tema che chiarisce bene la natura di questo errore, ovvero:

Una persona prende un aereo portando una bomba con sé. 

Il motivo è che, statisticamente, le probabilità che su un aereo ci sia una bomba sono molto basse. 

Di conseguenza, le probabilità che ce ne siano due sono praticamente pari allo ZERO

Ora torniamo a fare i seri.

Supponiamo che Mario, un operaio, abbia appena rischiato di perdere un dito in una pressa, ma fortunatamente può continuare a contare dieci dita sulle mani… 

Dopo qualche sudore freddo, qual è il dialogo mentale che normalmente avverrebbe nella sua testa?

“Ho rischiato davvero grosso. D’ora in avanti starò più attento e tutto filerà liscio.”

Il lavoratore in questo caso, ha l’assoluta certezza che semplicemente prestando più attenzione, non potrà succederà più nulla.

L’errore madornale, è pensare che questo sia sufficiente.

Oltre a essere una convinzione totalmente falsa, è anche controproducente per l’azienda stessa e gli altri lavoratori.

La cosa che Mario dovrebbe fare, è segnalare a chi di dovere il Near Miss, in modo tale che si possa analizzare il PERCHÉ sia successo, in modo da ridurre il rischio che si ripresenti lo stesso problema.

Statisticamente sono molto maggiori le segnalazioni di incidenti e infortuni già avvenuti, rispetto a quelle dei “mancati”. Ma dovrebbe essere il contrario.

Sembra una banalità ma non lo è affatto…

Anche la gestione efficace dei Near Miss rientra nelle skill di un vero Safety Coach, il cui ruolo è motivare i lavoratori alla sicurezza sul lavoro e diffondere la cultura del safety nelle aziende. 

Safety Coach VS Convinzioni… chi vincerà?

Esistono delle forze invisibili che ci spingono a compiere scelte discutibili e spesso al limite dell’irrazionale.

Queste forze si chiamano convinzioni e se guardiamo al passato, hanno avuto un peso decisivo su numerosi accadimenti storici.

Un esempio?

Parliamo della teoria geocentrica…

Come saprai, ai tempi di Aristotele c’era la convinzione che il pianeta Terra fosse al centro dell’Universo, mentre gli altri corpi celesti le ruotavano attorno.

Una teoria (o convinzione) accettata universalmente da tutti, dovuta soprattutto alle scarse conoscenze della fisica che c’erano allora.

Nel corso dei secoli però, personaggi illustri come Giordano Bruno e Galileo Galilei confutarono tale teoria… con terribili conseguenze.

Il primo fu accusato di eresia e condannato al rogo, mentre il secondo, sospettato anch’egli di eresia, fu condannato e costretto a rinnegare le sue concezioni astronomiche, seppur vere!

Perché ho voluto raccontarti questo terribile fatto storico?

Ci arriviamo…

Se mi segui da un po’, o comunque ti appassiona la crescita personale, sicuramente avrai sentito parlare di convinzioni, e a quali conseguenze possono portare.

Se parliamo di sicurezza sul lavoro poi, tutto si aggrava.
Lo ripeto all’infinito ed è ormai una cosa piuttosto banale:

I lavoratori spesso non rispettano le procedure di sicurezza… e il più delle volte tutto parte da convinzioni errate.

Dico bene?

Quello che invece non è scontato (e su cui non si indaga mai a fondo), è capire la natura di queste convinzioni e soprattutto come modificarle.

Ma che cosa sono le convinzioni?

Secondo Robert Dilts, trainer e consulente internazionale, le convinzioni nascono per dare una spiegazione (spesso irrazionale) a ciò che vediamo.

Ora, se non conosciamo la natura di un determinato fenomeno, tentiamo di trovare una spiegazione per noi valida, ma che molto spesso non coincide con la realtà.

Le convinzioni vengono spesso definite anche come “Una sensazione di certezza riguardo qualcosa”

Esistono invece 3 tipologie in cui vengono suddivise le convinzioni:

1. Sulle cause

Sono convinzioni che nascono dalla nostra esperienza.

Un esempio tipico nel mondo della sicurezza, potrebbe essere quando il lavoratore non indossa le dovute protezioni, a causa di abitudini pregresse:
“Ho sempre fatto così e non si è mai verificato un solo incidente.”

2. Sul significato

Queste convinzioni nascono da pensieri limitanti che abbiamo su noi stessi.

Se pensiamo che i nostri fallimenti siano indice di debolezza, allora non ci attiveremo mai per raggiungere il cambiamento desiderato.

3. Sull’identità

Queste convinzioni riguardano i principi e i valori che formano il nostro pensiero e che ci condizionano.

L’identità rappresenta il modo in cui ti percepisci. Spesso su questo punto ritroviamo le scelte sbagliate prese dai ragazzi in giovane età “Mettersi il casco è da sfigati” oppure “Se non allaccio le cinture sono più figo

Chiarito questo vediamo:

Come agisce un consulente o responsabile della sicurezza (mediocre)

Abbiamo appurato che le convinzioni esistono e rappresentano una sorta di risposta comoda, che diamo a ciò che vediamo o non comprendiamo.

Abbiamo anche visto come in passato le persone siano arrivate persino a condannare al rogo altre persone, solo per il fatto di aver criticato convinzioni radicate.

La domanda che sorge spontanea ora è:

Si possono modificare?

Qui iniziano i problemi…

Prendiamo l’esempio di un consulente o responsabile della sicurezza classico.

Pur sapendo che esistono le convinzioni sbagliate, e che determinati atteggiamenti del lavoratore possono portare a terribili conseguenze,
non fa nulla di particolare.

Mi spiego:

Questo tipo di “professionista”, si limita a fare il suo compitino, spiegando i rischi, dando indicazioni sui DPI da indossare e ripetendo a pappagallo le solite 4 norme.

Il problema è che questo modo di fare Sicurezza non funziona. È del tutto controproducente.

Il lavoratore rimarrà con la propria convinzione mentre il responsabile o consulente più che come un “Coach” sarà visto come un “Vigilantes”. E sappiamo bene quanto sia difficile ottenere risultati in questo modo.

Ecco come agisce un Safety Coach

Quello che fa un Safety Coach è innanzitutto indagare sul PERCHÉ nasce nel lavoratore una determinata convinzione.

Dopodiché il passo successivo è stabilire una relazione di fiducia con lui, cercando di entrare nella sua mente e capire i suoi schemi di pensiero.

“Qual è il suo ideale di sicurezza?”

“Perché ritiene che indossare i DPI sia una perdita di tempo?”

Per trovare queste risposte, il Safety Coach si serve dell’ascolto attivo, affiancando tutti i livelli aziendali come un partner di sviluppo, e delle domande per generare consapevolezza (tipiche del Coaching classico):

“Quale pensi che sia il modo migliore per mantenere in sicurezza questo reparto?”

“Perché secondo te è importante proteggersi in questa lavorazione?”

Domande di questo genere, servono per coinvolgere attivamente il lavoratore e aumentare la sua consapevolezza in autonomia.

Solo così è possibile spingerlo a riconoscere i rischi di determinati comportamenti e modificare, passo dopo passo, le convinzioni limitanti.