L’equazione 7-38-55 è una Ca#@ta pazzesca!

Ciò che pensava il mitico ragionier Ugo Fantozzi per la Corazzata Potemkin, lo penso io per l’inflazionata teoria di Albert Mehrabian, se parliamo di Sicurezza sul lavoro.

Se bazzichi nel mondo della comunicazione efficace o del public speaking, avrai sicuramente sentito decantare da tantissimi “guru” o “esperti” la famosa equazione: 7-38-55.

Queste cifre, si riferiscono a uno studio condotto proprio dal famoso professore universitario di psicologia, che analizzava l’influenza dei diversi tipi di linguaggio sulla nostra comunicazione.

Il 7% riguarda l’impatto del linguaggio verbale, le parole per intenderci;
Il 38% il paraverbale ovvero: tono di voce, volume, pause;
Il 55% il non verbale: gesti, postura, movimenti del corpo.

Ora, se ricordi, avevamo già affrontato questo tema, in una delle vecchie newsletter e, sia chiaro, non voglio rinnegare quanto detto in passato.

C’è un però…

L’errore che ho più volte constatato è che molti formatori, basandosi su questa statistica, tendono a dare meno importanza all’aspetto verbale, dimenticando un concetto molto importante:

Non è certo focalizzando studio e pratica esclusivamente su linguaggio paraverbale e non verbale, che diventerai un comunicatore perfetto.

Come lo stesso Mehrabian ha più volte affermato, questa equazione si limita a una ristretta gamma di tipologie di comunicazione, legata più che altro alla sfera sentimentale, alle emozioni e a ciò che ci piace.

Ti faccio un esempio:

Supponiamo che dopo aver fatto infuriare la tua donna, ti azzardi a chiederle: “Sei ancora arrabbiata con me?”

E lei, voltandosi dall’altra parte, con un volume di voce alto ti dice «NO!», nel farlo la sua espressione facciale, è chiaramente imbronciata.

Ora in questo caso, il suo “NO” (linguaggio verbale) passerebbe nettamente in secondo piano, rispetto agli altri segnali utilizzati: tono alto (paraverbale) ed espressione facciale imbronciata (non verbale).

Come vedi, qui l’equazione 7-38-55 di Mehrabian calza a pennello.

Applicata però alla tua attività quotidiana, mentre comunichi con lavoratori che non fanno parte della tua sfera personale, questa regola non ha alcuna valenza. È un tipo di comunicazione diversa.

Il potere del linguaggio verbale nella sicurezza

Una delle skill fondamentali che insegno nel Safety Coaching, e che dovresti padroneggiare al meglio per diffondere la cultura della sicurezza, è la cosiddetta intelligenza linguistica.

In pratica è la capacità di utilizzare linguaggio e parole più appropriati, adattandoli alle diverse situazioni.

Cosa significa?

Come sai, esistono molte parole nel nostro vocabolario. Il punto è che in base alle circostanze, alcune saranno funzionali al messaggio che vuoi trasmettere, altre saranno disfunzionali: ti remano contro.

Nel contesto della Sicurezza sul lavoro alcuni termini ti aiuteranno a:

  • Alzare la tua autorevolezza;
  • Aumentare l’empatia con chi ti ascolta;
  • Trasformare una comunicazione da piatta e noiosa, a piacevole e coinvolgente.

Ecco alcune delle parole che ti consiglio di utilizzare più spesso quando comunichi coi lavoratori:

. È una parola dal grande potere ipnotico che, se utilizzata nel modo corretto, farà percepire a chi ti ascolta, la tua volontà a cooperare e a dialogare, anche quando non sei d’accordo.

Ti faccio un esempio pratico:

Mario, un lavoratore, ti obietta:

“Ci sono alcune situazioni però, in cui non è semplice rispettare tutte le procedure di sicurezza…”

La tua risposta sarà :
“Sì Mario, capisco benissimo il tuo punto di vista, il punto è…”

Capisci?

Hai inizialmente espresso un chiaro consenso all’obiezione di Mario, per poi indirizzare la risposta verso il tuo punto di vista, senza alcuna “forzatura”.

Altra parola:

Facile. Uno dei maggiori problemi di chi fa sicurezza è proprio la complessità di questa nobile disciplina, motivo per cui i lavoratori tendono ad annoiarsi e a mettersi sulla difensiva.

Prova invece ad utilizzare la parola “Facile” più spesso quando comunichi. Il nostro cervello, da buon pigrone, ama alla follia tutto ciò che è semplice.

Esempio:

“Ho semplificato questa procedura da utilizzare in caso di emergenza, vedrete quanto sarà facile eseguirla.”

Chiaro il concetto?

Bene.

Al contrario, come detto sopra, ci sono parole che invece possono ostacolarti.

Espressioni negative come “NO” e “NON“, richiamano sensazioni di rifiuto e chiusura e, se vuoi motivare alla sicurezza, sono assolutamente da evitare.

Riprendiamo l’esempio del buon Mario e vediamo come cambierebbe la tua comunicazione:

“Ci sono alcune situazioni però, in cui non è semplice rispettare tutte le procedure di sicurezza…”

La tua risposta:

“No Mario, non ha senso ciò che dici, perché…”

Vedi?
In questo caso, invece di manifestare cooperazione ed empatia nei confronti del povero Mario, hai espresso una totale chiusura rispetto alle sue sue idee. Pensi che sarà motivato a seguire le tue indicazioni?

Domanda ovviamente retorica…

Questo aspetto è fondamentale se vuoi creare cultura della Sicurezza.

Puoi avere la massima padronanza del tuo linguaggio paraverbale e non verbale ma l’utilizzo sbagliato del livello verbale, le parole, può essere fatale per il raggiungimento dello scopo.

L’obiettivo di questo articolo è proprio questo.

Farti evitare l’errore che molti commettono, ovvero affidarsi ciecamente all’equazione di Mehrabian credendo allora che le parole scelte non siano importanti. Niente affatto!

Ricorda: le parole che scegli di utilizzare quando comunichi possono essere il tuo più grande alleato.

Certo sì, adottare i giusti movimenti del corpo, usare le pause, porre enfasi quando facciamo formazione: tutto corretto. Il punto è che per comunicare con i lavoratori, e coinvolgere davvero alla sicurezza, è fondamentale padroneggiare anche il livello verbale, utilizzando correttamente le parole efficaci.

Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere.
(Emily Dickinson)

L’Effetto Farfalla nella Sicurezza sul lavoro?

Uno dei film preferiti della mia infanzia, è sicuramente Jurassic Park.

Te lo ricordi?

L’isola immaginaria popolata da giganteschi dinosauri, creati artificialmente in laboratorio.

Mi ricordo ancora adesso la prima volta che ho visto al cinema queste imponenti e mostruose creature…

Credo di non aver dormito per qualche notte, con il terrore che all’improvviso comparisse una di queste spaventose figure in camera mia o venissero da sotto il letto.

C’è una scena del film che contiene una delle citazioni più usate in moltissime pellicole di fantascienza, il cosiddetto effetto farfalla.

“Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo”

Nei film sui viaggi nel tempo, viene spesso usata per ricordare che una piccola modifica al passato, può provocare effetti catastrofici nel futuro.

Ma in generale, il significato di questa frase sta nel fatto che le piccole azioni di tutti i giorni, possono generare grandi cambiamenti, nella nostra vita quotidiana e in tantissimi altri ambiti.

Come ad esempio nella sicurezza sul lavoro…

Quante volte hai a che fare con lavoratori che sottovalutano i rischi legati alla sicurezza?

“I DPI mi danno fastidio, non riesco a lavorare bene”
“Non ho mai usato protezioni e non è mai successo nulla”

Abitudini e convinzioni standard.

Se sei un consulente o responsabile del Safety, che ogni giorno combatte per far capire l’importanza ai lavoratori delle norme di sicurezza, sicuramente sai di che parlo.

Eppure basterebbero piccole azioni che, se compiute, potrebbero evitare disastri nonché salvare la vita. Un Enorme cambiamento… un vero e proprio “Effetto Farfalla”.

Occuparsi di sicurezza sul lavoro, rappresenta una vera e propria sfida.

Ma come fare per vincerla?

Il primo step è riconoscere l’importanza di una comunicazione partecipativa piuttosto che direttiva.

Cosa significa?

In generale le persone non amano ricevere ordini e sentirsi dire cosa fare. E cosa più importante, non sopportano tutte quelle imposizioni che non prevedano la possibilità di controbattere ed esprimere la propria opinione.

Non tanto per contraddire a priori, ma per essere considerati e sentirsi parte di un gruppo.

Ecco perché è fondamentale orientare la propria comunicazione usando l’intelligenza emotiva.

Cosa significa?

Secondo Daniel Goleman, autore dell’omonimo libro, l’intelligenza emotiva riguarda la capacità di indirizzarsi in modo efficace, verso se stessi e gli altri.

Cercando di comprendere e di gestire le proprie emozioni, al fine di orientarle verso un obiettivo ben preciso.

In particolare, quando si parla di sicurezza, l’ideale è partire dalla tua identità percepita dai lavoratori.

Mi spiego:

Se vieni percepito come il “rompiscatole della sicurezza” che detta legge e basta, difficilmente potrai coinvolgere i lavoratori.

Al contrario, se ti mostri come un partner sempre al servizio degli altri, genererai un clima di fiducia e i lavoratori magicamente ti ascolteranno.

Ecco 3 pilastri per coinvolgere i lavoratori

Esistono 3 leve che puoi usare fin da subito per coinvolgere tutti i lavoratori al Safety.

Il primo pilastro, è quello di invitare gli altri alla riflessione e alla ricerca attiva del rischio.

Tu sei il consulente esperto, ne sai più di tutti per quanto riguarda la Sicurezza, giusto?

Bene, l’errore che molti fanno, è quello di limitarsi a comunicare norme e procedure, senza conoscere cosa ne sanno i lavoratori.

L’approccio vincente invece, consiste nel partire da ciò che riconoscono gli altri, stimolando la loro ricerca autonoma, con una serie di domande mirate.

Esempio: “Secondo voi, quale protezione sarebbe opportuno utilizzare in questo reparto? Perché?”

“Come agiresti se succedesse…”

In questo modo, stimoli la loro ricerca e li renderai più consapevoli.

Il secondo pilastro riguarda il giudizio.

Quando giudichi le persone solo dai loro risultati, ti auto-ostacoli nel valutare il loro vero potenziale.

Se invece dai fiducia e cerchi di stimolare i lavoratori con le giuste leve, è molto probabile che la sua attenzione migliori con il tempo.

Concentrati sempre sui risultati ottenibili in futuro, non su quelli ottenuti.

Bene, arriviamo ora all’ultimo punto, quello di offrire rinforzi positivi.

Che cosa intendo?

Non puoi comunicare solo gli errori o ciò che non va.

Anche se insufficienti, è importante ricompensare i piccoli sforzi.

Ad esempio, un semplice: “Bravo Mario, ho notato che usi sempre il casco protettivo…”, fa un’enorme differenza.

Un professionista della sicurezza, deve sempre riconoscere le singole azioni positive, i piccoli miglioramenti, elogiando per l’impegno dimostrato.

Ogni singola azione, può generare in futuro un grande cambiamento…effetto farfalla” garantito!

Persuasione e Sicurezza sul Lavoro? Suggerimenti da Aristotele

“Non c’è nulla di più nobile che riuscire a catturare l’attenzione delle persone con la parola, indirizzare le loro opinioni, distoglierle da ciò che riteniamo sbagliato e condurle verso ciò che apprezziamo.”

 

Marco Tullio Cicerone
Questa che hai appena letto, è una delle citazioni più belle presenti nell’Arte di comunicare di Cicerone, il noto oratore dell’antica Roma e, come potrai immaginare, ha più di 2.000 anni…


Fin dall’antichità, dalle pitture rupestri del Paleolitico alle prime tavolette d’argilla dei Sumeri, l’uomo ha sempre cercato un modo efficace per comunicare.

Ciò che infatti ci contraddistingue rispetto agli animali, è proprio il fatto che dialoghiamo tra noi, esprimendo le nostre emozioni con le parole.

L’abilità comunicativa è sempre stata un requisito fondamentale, ma mai come ora, dove la soglia d’attenzione è sempre più bassa, è importante riuscire a farsi ascoltare.

Il punto è, che siamo nell’era dell’informazione digitale, dove tra chat, emoji e messaggini di ogni genere, stiamo perdendo sempre di più la capacità di esprimerci in modo chiaro ed efficace.

Qualcuno direbbe che stiamo ritornando a un’era barbarica…

Nel campo della formazione, le cose non sono poi tanto diverse.

Troppo spesso infatti chi ascolta, è vittima di una comunicazione piatta e poco coinvolgente, col risultato che alla fine del “corso” le informazioni ricevute non rimangono sufficientemente IMPRESSE.

È come quando tu, professionista della sicurezza, devi fare i conti con lavoratori ostinati, a cui le norme di sicurezza non interessano minimamente e nessuno sembra ascoltarti…

Il punto è questo:

Se il cervello non viene stimolato nel modo giusto, non si vengono a creare associazioni funzionali tra l’argomento trattato e le emozioni personali generate.

Come puoi riuscire quindi a comunicare in modo più persuasivo?

Mi spiace deludere i fan accaniti dei para-guru della formazione, ma quando si tratta di comunicazione efficace non esistono formule magiche o trucchetti da palcoscenico.

Tuttavia, oggi voglio condividere con te alcuni dei miei appunti personali di retorica, appresi da uno dei più grandi oratori del passato: Aristotele.

Sia che tu debba tenere un discorso in pubblico o che ti stia confrontando con i lavoratori di un’azienda, l’arte retorica è utilissima per aumentare la soglia d’attenzione nei tuoi confronti.

Detta le regole e stabilisci i tempi

Secondo Aristotele, prima di iniziare un dialogo, bisogna anzitutto stabilire i 2 obiettivi più importanti.

Il primo obiettivo è quello di riuscire a comunicare il tuo messaggio in modo chiaro e diretto;

Una delle mancanze maggiori di qualunque riunione, corso o conversazione sulla sicurezza, è proprio la chiarezza del messaggio.

Per aiutarti su questo primo punto domandati sempre:

Cosa voglio comunicare a questa persona?
Quale scopo ha la mia comunicazione?
Che obiettivi voglio raggiungere attraverso questo corso?
Cosa voglio ottenere da questa conversazione?

Chiarire a noi stessi il messaggio che intendiamo trasmettere è il primo passo per essere efficaci.

Il secondo obiettivo è quello di capire il tuo uditorio ovvero la persona (o le persone) che hai di fronte.

Per farlo chiediti sempre:

A chi mi sto rivolgendo?
Qual è il suo umore?
Quali convinzioni ha sull’argomento che devo trattare?
Che esperienza hanno su questa materia?
Come potrebbe reagire l’altro rispetto all’oggetto del dialogo?

Il passo successivo, è scegliere l’argomento.

“Matteo, di quale argomento dovrei parlare se non di sicurezza sul lavoro?”

Aspetta, c’è di più.

Per Aristotele in ogni argomento dobbiamo prestare attenzione a 3 elementi:

  1. La colpa

Quando nel nostro dialogo inseriamo il giudizio o colpevolizziamo l’altro, cadiamo vittime della nostra stessa comunicazione.
Un Safety Coach non lavora mai sui colpevoli, ma sulle strategie di miglioramento.

  1. I Valori

Cosa conta di più per il nostro interlocutore? Quali emozioni lo fanno entusiasmare? Cosa desidera maggiormente?
I valori funzionano come propulsori dei nostri comportamenti e rispondono alla domanda: cos’è davvero importante per te nella vita?

  1. La scelta

Nella retorica deliberativa, si utilizzano i tempi al futuro per ispirare cambiamento e presa di responsabilità.

Nel metodo Safety Coaching le scelte hanno senso solo quando nascono dalla partnership.

Che cosa intendo?

Stabilire una scelta senza giudizio
Giudicare o condannare un lavoratore durante un confronto, è il modo peggiore per motivarlo a seguirti.

In qualità di responsabile o consulente della sicurezza, devi destreggiarti tra l’imposizione e l’assenza di giudizio.

Le persone non amano sentirsi dire cosa fare, ma d’altronde la Sicurezza è pur sempre un obbligo.

Il punto fondamentale è capire che tutto si gioca nel campo delle emozioni: se un lavoratore si sentirà giudicato, finirà per innescare rabbia e conflitto verso il tuo operato.

Facciamo un esempio:

Immagina di beccare di nuovo “Mario Rossi” senza gli occhiali di protezione e di avvicinarti a lui con fare rabbioso, dicendogli:
“Quante volte ti devo dire che durante questa attività devi usare gli occhiali di protezione?”

Questo tipo di messaggio con questo tono, a quali conclusione può portare secondo te?

Mario certamente lo percepirà come un rimprovero e si metterà sulla difensiva, cercando di salvare le sue convinzioni:

“Sono anni che faccio questo lavoro…”
“Questo vuole insegnare a me…”
“Gli occhiali sono scomodi…”

Ora, il trucco della retorica deliberativa, sta proprio nel volgere la comunicazione al tempo futuro, promettendo un vantaggio, un consiglio o una scelta.

Se ad esempio, nella stessa situazione, ti avvicinassi a Mario con un atteggiamento più cordiale dicendo:
“Bravo Mario, vedo che stai indossando le scarpe antinfortunistiche. Ho notato anche che c’è una cosa che ti è sfuggita..

“È vero, ho dimenticato gli occhiali, ma sai sono scomodi.” Ti dirà Mario.

Ora, usando la retorica deliberativa, la frase potrebbe ad esempio essere:
“Capisco, a volte possono essere fastidiosi, d’altronde ne va della salute dei tuoi occhi, ricordi? Come possiamo fare in futuro per far si che tu li indossi?”

Volgendo la frase al futuro, e lavorando insieme a lui sulle possibili scelte, aumenteremo il rapporto di fiducia con il nostro interlocutore, che sarà più propenso ad “eseguire”, senza sentirsi obbligato.

Il vero Safety Coach, accoglie pensieri, opinioni o difficoltà che l’altra persona vuole esprimere, e le guida per trovare una soluzione insieme.

Ricorda: fare (davvero) Sicurezza, vuol dire imparare a Conversare Strategicamente con i propri interlocutori.

Logos, Ethos e Patos

Ora, facciamo un passo indietro e ritorniamo nella Grecia del V secolo a.C.

A quel tempo, i cosiddetti maestri di virtù, ovvero i sofisti, viaggiavano di città in città alloggiando nelle migliori case, guadagnandosi da vivere insegnando ai giovani nobili, la retorica e la dialettica.

Amavano discutere, elaborando con le persone presenti argomenti persuasivi in grado di influenzare le loro opinioni.

Possiamo definirli come una sorta di primi influencer.

Nonostante fossero molto popolari, non erano ben visti però da alcuni filosofi contemporanei, tra cui Platone e Aristotele, per il semplice motivo che si facevano pagare per i loro servizi.

Quest’ultimo inoltre, non era neanche del tutto certo dell’efficacia comunicativa.

Era infatti convinto che alle loro argomentazioni, benché poetiche ed emozionali, mancasse qualcosa.

È anche per questo che Aristotele inventò le sue regole di persuasione.

Principi che ancora oggi vengono usati da politici, venditori e tutti i più grandi comunicatori: il cosiddetto triangolo retorico.

Si tratta di una vera e propria strategia comunicativa, costituita da 3 elementi, che rappresentano la base di ogni messaggio efficace:

  1. Logos, l’argomentazione fondata sulla logica che rappresenta il cuore dell’argomentazione;
  2. Pathos, l’argomentazione basata sulle emozioni;
  3. Ethos, l’argomentazione fondata sul carattere e l’immagine di una persona, ovvero la personalità di chi deve persuadere.

Ora, non voglio spararti un pippone accademico su questi 3 elementi (anche se mi piacerebbe), voglio però soffermarmi su almeno 2 di essi, in modo che poi tu possa utilizzarli, quando parli di sicurezza sul lavoro.

Mettiamoci in marcia: La potenza delle emozioni

L’obiettivo principale di ogni consulente della sicurezza, è portare le persone a rispettare le norme.

Giusto?

Per farlo, devi in qualche modo motivare la persona che ti ascolta, scavalcando la sua parte più razionale.

In altre parole, devi manipolare le sue emozioni.

Una comunicazione basata sull’emozione, rappresenta infatti il lato seduttivo della persuasione.

Ciò che in qualche modo aggira la parte razionale del cervello e porta le persone ad agire.

A tal proposito, c’è un aneddoto molto bello che ne descrive appieno la potenza.

Si dice che, quando l’oratore romano Cicerone terminava i suoi discorsi, la gente applaudiva e si complimentava con lui.

Tuttavia, quando era l’ardente oratore ateniese Demostene a terminare i suoi discorsi, molto più ricchi di Pathos rispetto a quelli del collega Cicerone, succedeva un’altra cosa:

La gente si alzava e gridava: “mettiamoci in marcia!”.

È chiaro il concetto?

Emozioni ed empatia

Una delle principali componenti del Pathos è l’empatia: in grado di provocare un vero e proprio cambio d’umore nelle persone e a spingerle ad agire.

Ma quando si verifica questo fenomeno naturale?

Ca va sans dire: quando tutti sono catturati e coinvolti mentre stai parlando.

Come consulente ti sarà capitato più volte di parlare a lavoratori avvolti da una fitta coltre di menefreghismo e indifferenza, e di quanto sia frustrante. Ce lo siamo raccontati più volte.

Un metodo che uso personalmente quando mi trovo in questa imbarazzante situazione, è quello di facilitare l’esplorazione dei temi in oggetto, attraverso una riflessione guidata.

Mi spiego meglio.

Mentre parlo, utilizzo domande mirate, utili a provocare delle riflessioni interiori nella mente di chi mi ascolta, in modo da portare i lavoratori a interagire e riattivare la loro attenzione.

Domande come:

“Qual è secondo voi la differenza tra rischio e pericolo?”

“Quali sono secondo voi le strategie migliori da adottare per prevenire incidenti?”

Così facendo ottieni immediatamente 3 vantaggi:

  • Mantieni viva l’attenzione di chi ti ascolta, coinvolgendolo in prima persona con nuovi spunti di riflessioni o idee;
  • Ti aiuta a far memorizzare i concetti esposti;
  • Ti aiuta a creare con maggior facilità un rapporto di empatia con le persone che ascoltano.

Ok, questo per quanto riguarda comunicare con “Pathos”.

Usare l’Ethos e il potere del ricalco

Abbiamo detto che l’elemento “Ethos” è strettamente legato alla personalità di chi comunica.

Secondo Aristotele, per persuadere qualcuno devi adattare il tuo stile comunicativo a quello di chi ti trovi di fronte. È il modo più veloce ed efficace per entrarci in sintonia.

È un concetto molto simile a quello del ricalco: quel fenomeno naturale per cui tendiamo a dare maggior fiducia a ciò che sentiamo più simile a noi.

Nel tuo lavoro come professionista della sicurezza ad esempio, lo potresti utilizzare nei seguenti casi:

  • Adattando il tuo abbigliamento (più o meno formale) in base a chi hai di fronte (il famoso decoro aristotelico);
  • Adattando il tuo linguaggio (più o meno tecnico) in base all’esperienza di chi hai di fronte;
  • Utilizzando storie o esempi vicini alle esperienze di chi ti ascolta.
  • e così via…
Si tratta quindi di andare oltre le tue competenze tecniche…

Se vuoi essere ascoltato, devi adattare il tuo stile e approccio all’argomento, in base a chi hai di fronte.

Metti in pratica questi semplici consigli e vedrai che ne trarrai immediatamente beneficio ;).

Prima di salutarti, chiudo con una massima (ormai avrai capito che le adoro).

“L’argomentazione fornita dalla vita di un uomo ha più peso di quella fornita dalle parole.”

 

Isocrate

Sicurezza Lavoro e l’effetto Gratta e Vinci

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non abbia tentato la fortuna con i ben noti Gratta e Vinci.

Ma cosa c’entra la Dea Bendata con la Cultura della Sicurezza sul Lavoro? Seguimi e te lo spiegherò.

Il tuo ruolo di professionista della Sicurezza è di trasmettere a tutti i livelli aziendali i valori, le giuste regole e i corretti comportamenti da mettere in atto.

Facile sulla carta, ben più difficile nella realtà quotidiana. Trasmettere l’attenzione su temi così centrali come Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro è compito che si rivela ben più arduo del previsto.

Beh lascia che ti dia alcuni numeri sui Gratta e Vinci. Si stima che in Italia, ogni giorno, vengano venduti circa 5,5 milioni di biglietti. Ripeto: CINQUE MILIONI E MEZZO.

Razionalmente dovremmo tutti essere coscienti del fatto che la possibilità di vincere è pressoché nulla, eppure molte persone continuano a cadere in questo trappolone e buttano i loro soldi al gioco.

Nella relazione sullo svolgimento delle lotterie nazionali 1993-1996, firmata dall’allora ministro delle Finanze Visco e la prima da quando sono stati introdotti i grattini, c’è scritto il perché le lotterie istantanee funzionino così bene.

“Il giocatore è psicologicamente convinto di essere il protagonista esclusivo del gioco […] Inoltre, in base alle regole del gioco e ai messaggi pubblicitari che ha recepito, ha acquisito la consapevolezza di avere una elevata probabilità di vincita e che il premio, vinto almeno fino ad un certo importo, gli sarà pagato immediatamente”.

Sì ok, ma cosa c’entra allora questo con la Sicurezza sul Lavoro? Beh molto semplice: si tratta, anche in questo caso, di un Bias Mentale. Più precisamente del Bias mentale della Probabilità.

Questi Bias (o trappole mentali), sono piccoli errori di valutazione che commette il nostro cervello e di cui spesso non siamo consapevoli.

E’ lo stesso fenomeno che si manifesta quando un operaio asserisce con fermezza “A me non è mai successo niente, a che mi servono i DPI?”

La persona che afferma qualcosa del genere manifesta la sua incapacità di riconoscere realmente i Rischi. Sta letteralmente distorcendo la realtà.

Beh le conseguenze di questi Bias possono essere disastrose. Proprio come chi si sta rovinando la vita con il gioco d’azzardo, anche chi nel proprio lavoro rimane incastrato in queste distorsioni cognitive si espone a infortuni e incidenti sul lavoro anche gravi.

L’unica possibilità che abbiamo per superare questi Bias è di coinvolgere a livello profondo il nostro interlocutore. Non basta scrivere norme o aggiornare le procedure interne.

Per poter affrontare e trasformare le convinzioni mentali delle persone con cui lavori hai bisogno di un metodo comunicativo efficace e strategico.

Sicurezza Lavoro: tu ci credi alle Scie Chimiche?

Qualcosa non va nella vita? La colpa sarà senza dubbio del governo, dei poteri forti, dei “cattivi” che cercano di rovinarci l’esistenza. Anche quelle strane scie bianche che si vedono al passaggio di un aereo in cielo no, non sono banale vapore acqueo. Sono agenti chimici spruzzati in volo da non si sa bene chi, per non si sa bene quali scopi (ma sicuramente oscuri e minacciosi).

È la teoria del complotto, che ha trovato una delle sue manifestazioni più evidenti nel fenomeno delle cosiddette scie chimiche.

Una bufala, una fake news, come è stato più volte ribadito da governi di ogni Paese che hanno dimostrato l’assoluta inesistenza del fenomeno.

Eppure, la teoria è stata oggetto di 14 interrogazioni parlamentari solo in Italia e un sacco di gente ci crede (il 17% della popolazione secondo una ricerca internazionale del 2011).

Perché crediamo a cose palesemente false? Spesso, perché più facile così.

Le bufale sono una scorciatoia. Ci danno una risposta semplice a problemi complicati. Che poi la risposta sia sbagliata, conta poco.

È confortante dare la colpa a qualcun altro, trovare un capro espiatorio per tutto, come un ente governativo segreto che avvelena i nostri cieli.

Allo stesso modo esistono ancora, sul mercato, centinaia di pseudo-professionisti della Sicurezza sul Lavoro, che chiamando in causa qualche misterioso complotto esterno, finiscono solo per fare burocrazia e documenti copia-incolla.

Si verificano incidenti sul lavoro? Si, ma la colpa è della concorrenza, della globalizzazione, dei cinesi che avvelenano il mercato del lavoro.

L’azienda non rispetta le regole di sicurezza sul lavoro? Si, ma è colpa della burocrazia, delle leggi troppo complicate, dello Stato e dell’Unione Europea…

La verità è che queste sono solo scuse.

Fare davvero Sicurezza sul Lavoro è uno dei compiti più difficili in assoluto. Questo perché non si tratta solo di condividere leggi, di aggiornare i DVR o di erogare la formazione obbligatoria.

Fare Sicurezza significa influenzare profondamente le persone, modificandone convinzioni e comportamenti.

Ecco perché nella Sicurezza si raggiungono i più alti livelli di negoziazione interpersonale.

Ora se per certi personaggi la scusite è la via più breve per non doversi assumere la responsabilità di cambiare le cose, fare bene il nostro mestiere significa non credere alle scie chimiche.

Significa non limitarsi alla risposta più semplice e consolatoria ma impegnarsi per andare oltre, per cercare una soluzione magari più complicata, ma efficace.

Gli infortuni sul Lavoro non avvengono perché qualcuno avvelena i cieli o perché le leggi non sono scritte bene.

Gli infortuni avvengono, nel 90% dei casi, perché i comportamenti messi in atto negli ambienti di lavoro non sono corretti, perché i luoghi di lavoro non sono idonei o perché, ancora più tristemente, non esiste una forte e solida cultura della prevenzione.

E qualcuno pensa davvero di creare Cultura con scartoffie e documenti? Leggo ancora oggi, nei dibattiti sui vari gruppi facebook o Linkedin, delle osservazioni che mi lasciano esterrefatto.

Tutta la questione Safety sembra ridursi a operazioni di commi, articoli e deleghe.

Beh se mi chiedessero di scegliere tra burocrazia o intelligenza emotiva, so bene quale alleato vorrei al mio fianco per influenzare l’azienda, per coinvolgerla, per ispirare un cambiamento positivo.

boccaloni delle Scie Chimiche li lascio con il naso all’insù, felici di credere all’ennesima bufala.

Comunicare il Rischio: Le 3 Trappole da Evitare

Se hai letto i miei libri o hai partecipato alle mie conferenze, mi avrai sentito raccontare le disavventure della Korean Airlines.

È una storia aziendale che ci insegna molto rispetto alla Sicurezza sul Lavoro e alla comunicazione. 

Nel 1997, 223 persone a bordo del volo 801 della Korean Air persero la vita a Guam, nel Sud del Pacifico.

Non fu un incidente isolato.

Appena due anni dopo, un Boeing 747 precipitò a Seul e 3 anni più tardi un altro velivolo si schiantò nell’isola di Sakhalin. 

Negli anni ’90, la Korean Air registrava un tasso di perdite di velivoli 17 volte superiore rispetto alla United Airlines.

Oggi però, la compagnia coreana è considerata una delle più sicure al mondo. 

Cosa ha permesso questo repentino cambio di performance?

Qual era la causa dietro i tanti incidenti?

La compagnia ha svolto indagini e ricerche, ed ecco ciò che è emerso. 

Non si trattava di incapacità dei piloti o di scarsa manutenzione dei velivoli, quanto di mancanza di comunicazione

Nella cultura coreana, è buona educazione utilizzare un linguaggio piuttosto indiretto e non mancare mai di rispetto ai propri superiori. 

Motivo per cui, quando il copilota del volo 801 si accorse che il suo capo stava commettendo un tragico errore, le ultime parole che uscirono dalla sua bocca furono soltanto “sul radar la pista non si vede”.

Fine, letteralmente. 

Korean Air lavorò duramente sulle procedure di comunicazione e sul superamento dei limiti culturali, riuscendo in pochi anni ad aggiustare il tiro.

Molte indagini nel settore dell’aviazione, dimostrano come spesso le cause dei disastri aerei siano da ricercare nella comunicazione e nel lavoro di squadra.

Anche nella Sicurezza sul Lavoro, una buona comunicazione può migliorare nettamente le performance.

La prima trappola che un Responsabile del Safety deve evitare, dunque, è sottovalutare l’importanza della comunicazione del rischio.

La seconda è invece non distinguere tra forma e contenuto. Spesso ci convinciamo che è il contenuto ciò che conta, la forma è solo un di più.

“A cosa mi serve comunicare efficacemente il Rischio, l’importante è sapere cosa dice la normativa e come prevenire gli infortunihhh!!!111!!!” 

Sono tantissime le ore spese ad aggiornarsi tecnicamente, ma quante ore vengono investite nel migliorare le procedure comunicative in azienda?

O a perfezionare il proprio stile formativo?

O a comprendere i principi della motivazione umana? 

Eppure pensaci bene: se ti offrissero un Barolo dentro una bottiglia di tetrapack, lo apprezzeresti davvero come merita?

Probabilmente no e partiresti forse con un certo grado di diffidenza…

Allo stesso modo, è probabile che i tuoi contenuti in quanto professionista della sicurezza siano già eccellenti.

Sai qual è il miglior modo per prevenire gli infortuni sul lavoro, eppure, incontri resistenze a far accettare le tue istruzioni.

Non si tratta solo di aspetti esteriori, è proprio la capacità di comunicare al meglio il tuo sapere tecnico, scegliendo le parole giuste per coinvolgere tutti i livelli aziendali. 

Trovare il modo giusto per comunicare.

A cosa serve possedere un enorme bagaglio di conoscenza tecnica se poi nessuno è interessato ad ascoltarci?

La terza trappola è quella dell’imposizione.

Qui sta il cuore della differenza tra un “semplice” responsabile della sicurezza e un Safety Coach. Un Safety Coach non impone le procedure corrette per evitare infortuni sul lavoro, ma accompagna le persone a imparare.

Non basta solo ripetere a pappagallo i rischi e gli obblighi.

È necessario mostrare e far sperimentare sul campo, con esempi concreti, ciò che può essere utile.

Un famoso esperimento condotto in IBM ha dimostrato la differenza nella memoria a lungo termine di persone a cui era stato detto qualcosa rispetto a quelle a cui era stato detto, mostrato e fatto sperimentare lo stesso concetto.

Dopo 3 mesi, solo il 10% di quelli a cui era stato “detto” ricordavano i concetti esposti, mentre ben il 65% di quelli che avevano avuto modo di vedere e sperimentare le stesse cose lo ricordavano.

Lo stesso vale nella Sicurezza sul Lavoro: bisogna cercare per quanto possibile di mostrare e far sperimentare quanto si spiega nella teoria.

Diversamente, è altamente probabile che il ruolo del responsabile della sicurezza venga percepito solo come un grigio burocrate che impartisce regolette e lezioncine.

L’approccio top-down, autoritario e impositivo, non fa altro che irritare i lavoratori e non si dimostra affatto efficace sul lungo periodo.

Il compito di un Safety Coach è rendere i lavoratori consapevoli e responsabili dei rischi che corrono e di quanto possono fare per evitarli.

Spesso, le persone sanno cosa dovrebbero fare, ma faticano a metterlo in pratica. La celebre “differenza tra il dire e il fare”.

Il tuo obiettivo non è dire, ma far fare, e per ottenere questo obiettivo devi necessariamente tenere conto di aspetti relazionali, emotivi e comunicativi che entrano in scena nell’ostico panorama aziendale.

5 domande efficaci per Comunicare il Rischio

Cosa serve a un Professionista della Sicurezza sul Lavoro per ottenere successo nella prevenzione degli infortuni? Semplice: conoscere anzitutto i rischi correlati a una determinata attività e le giuste azioni da intraprendere per porvi rimedio. Senza un’adeguata conoscenza tecnica la Sicurezza sul Lavoro non si può proprio fare.

Ma è sufficiente questo requisito per ottenere risultati?

La realtà ci dice di no. Troppo spesso, infatti, le indicazioni vengono disattese e le vecchie abitudini tornano a farsi largo nella quotidianità del lavoro.

Cosa ci permette allora di colmare il Gap tra ciò che si dovrebbe fare e ciò che realmente si fa nelle organizzazioni? Come riuscire a coinvolgere alla Sicurezza e creare realmente attenzione intorno al tema della prevenzione?

Oltre alla conoscenza tecnica, il requisito essenziale di ogni professionista che si rispetti, è la capacità di condividere la stessa a tutti i livelli aziendali. Che si tratti di influenzare le decisioni della Dirigenza o di orientare virtuosamente i comportamenti dei lavoratori la carta vincente è sempre la stessa: comunicare efficacemente il rischio.

Oggi voglio proporti allora 5 domande essenziali per poter raggiungere questo scopo. “Aspetta un attimo, come domande? Le domande per comunicare?”

Ebbene sì, le domande sono una delle armi più potenti nel nostro arsenale della prevenzione. Le possiamo sfruttare perché hanno alcune caratteristiche uniche.

In particolare le domande hanno 3 grandi vantaggi:

Il tuo cervello cerca sempre una risposta, anche quando non la conosce.

Non possiamo fare a meno di rispondere alle domande. Attivano immediatamente un processo di dialogo interno, ecco perché sono così utili nella comunicazione. Spesso si dice anche “Chi domanda comanda”.

Le domande orientano il Focus e l’attenzione

Tra gli oggetti intorno a te, qual è quello più buffo?

Ecco, mi è bastata questa semplice domanda per orientare la tua attenzione e indirizzare il tuo Focus verso la ricerca attiva. Prova a immaginare la potenza di questo principio nella prevenzione degli infortuni per disattenzione.

Le Domande aprono la ricerca di soluzioni

Cosa possiamo fare per migliorare la Sicurezza in questo reparto?

Domande di questa natura ci aiutano a esplorare nuove possibilità, nuove strade per raggiungere i risultati che desideriamo. Ogni quesito, se ben formulato, ci avvicina verso la meta.

Eccoti dunque 5 domande pronte all’uso per facilitare il tuo compito di condividere e comunicare la Sicurezza sul Lavoro in azienda. Fanne buon uso, non dimenticare però che la vera maestria consiste nel padroneggiare i principi con cui creare Domande di qualità per le nostre conversazioni strategiche di Sicurezza.

  1. Cosa osservi di pericoloso in questo reparto?
  2. Quali DPI dovresti indossare per proteggerti?
  3. Quali rischi ci sono in questa attività?

Domande di questa natura attivano il riconoscimento autonomo dei rischi, fondamentale per creare consapevolezza nei lavoratori.

  1. C’è qualcosa che vorresti segnalarmi? C’è qualcosa che ritieni importante?

Su questo punto permettiamo alle persone di aprire l’esplorazione nella prevenzione degli infortuni. Invitare a segnalare mancati infortuni, condizioni precarie o ambienti inadeguati, ci aiuta nella raccolta di preziose informazioni.

  1. Perché dobbiamo lavorare rispettando queste regole? Quali conseguenze ci sono?

Invitare il proprio interlocutore a esplorare i possibili infortuni e le conseguenze negative di una specifica attività, ci aiuta nel creare attenzione attraverso il driver motivazionale degli istinti.

Tutte queste domande ci aiutano nel processo quotidiano di costruzione di ambienti sicuri.

Ricorda che la logica di comunicazione basata sul Safety Coaching prevede soprattutto alcuni vantaggi indiretti sulla Motivazione. In particolare:

  • Attivare il S.A.R. del Lavoratore “Se lo riconosco presterò attenzione”
  • Aumentare il coinvolgimento, l’apprendimento e la responsabilità “Se mi riguarda lo farò”
  • Facilitare la motivazione attraverso l’auto-efficacia “Se sono in grado di farlo lo farò”

Un Safety Coach esperto, prima di condividere le eventuali indicazioni importanti, accompagna e allena il riconoscimento autonomo da parte dei lavoratori interessati.