Ambiente e comportamento: è possibile manipolarli?

È possibile condizionare il comportamento delle persone, manipolando il contesto sociale e ambientale?

Per rispondere a questa domanda, ti voglio parlare di uno dei più controversi esperimenti, realizzato nel 1971, dallo psicologo Philip Zimbardo.

Fu un esperimento sociale che attirò molte critiche e accuse, ma al contempo fece la storia della psicologia moderna.

In breve: Zimbardo scelse a caso 24 studenti senza particolari inclinazioni violente o abusi, e ricreò una finta (ma reale) prigione nel seminterrato dell’Università di Stanford.

I partecipanti vennero divisi in 2 gruppi: 12 guardie che ricoprivano il ruolo su turni di 8 ore, e 12 carcerati che invece rimanevano rinchiusi in cella per tutto il giorno, per la durata dell’esperimento (2 settimane).

Per rendere tutto il più veritiero possibile, i prigionieri vennero arrestati davvero dalla polizia locale (d’accordo con Zimbardo).

Iniziato l’esperimento, il team del dottore si mise al lavoro per osservare e documentare i comportamenti di detenuti e secondini, sorvegliandoli con telecamere e microfoni nascosti.

Come già detto, l’esperimento doveva durare 14 giorni ma qualcosa andò storto.

Dopo soli 2 giorni infatti, alcuni detenuti iniziarono a ribellarsi, strappandosi le divise da carcerato e barricandosi all’interno delle celle, protestando per le loro condizioni.

Alcuni iniziarono a mostrare i primi segni di cedimento e crolli emotivi.

Altri ancora tentarono un’evasione, repressa duramente dalle guardie, che costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare e a fargli pulire le latrine a mani nude.

Insomma, si era creata in brevissimo tempo una situazione molto pericolosa. Un vero disastro sociale che obbligò Zimbardo a interrompere l’esperimento.

Negli anni qualcuno ha criticato la validità dell’esperimento sociale, ma al di là di tale aspetto anche questa storia ci può insegnare qualcosa.

Manipolando il contesto sociale e ambientale è possibile influenzare il comportamento del singolo individuo.

Come sfruttare l’esperimento di Zimbardo per creare cultura della sicurezza

In molte conferenze, mi è stata posta più volte la domanda su cosa significhi creare cultura della Sicurezza all’interno dell’azienda.

Bella domanda!

Se mi conosci, sai che per me significa soprattutto guidare il cambiamento per avere ambienti di lavoro più sicuri e comportamenti più funzionali e virtuosi, al fine di eliminare incidenti e infortuni.

Sai anche che mi batto da sempre, per sottolineare la differenza tra un comportamento nato dalla reale comprensione del valore della Sicurezza e un comportamento messo in atto “perché sennò mi rompono le scatole”.

Il tuo compito come consulente o responsabile, non è quello di fare la bella lezioncina di 1 ora e limitarti a qualche chiacchierata sporadica con i lavoratori.

Un vero professionista del Safety, gioca un altro sport.

Anzitutto devi settare obiettivi elevati, ambiziosi, che ispirino te e gli altri a dare il massimo.

Dopodiché, per portare le persone a fare ciò che dovrebbero, devi considerare l’effetto dell’ambiente e del ruolo sociale all’interno delle organizzazioni.

Ricorda: le persone agiscono in base all’identità che si attribuiscono e all’ambiente in cui si trovano.

Ecco cosa puoi fare per sfruttare questo principio:

  • Raccogliere input di qualità da quello che osservi nelle dinamiche di relazione all’interno dell’azienda;
  • Allenare i lavoratori a riconoscere in autonomia i rischi nell’ambiente di lavoro;
  • Definire in partnership i migliori DPI e le procedure idonee per prevenire infortuni o incidenti;
  • Assicurarti che a livello ambientale i DPI siano posizionati in luoghi chiave all’interno dell’azienda;
  • Condurre riunioni in maniera partecipativa e aggregativa, creando in ogni occasione un vero e proprio spirito di gruppo;

Come il Dr Zimbardo, devi manipolare l’ambiente influenzando ruoli e dinamiche sociali per ricreare le più efficaci condizioni di lavoro, così da favorire scelte di qualità.

A tal proposito, nel metodo Safety Coaching, abbiamo sviluppato il nostro Framework delle 8 competenze. Si tratta di una metodologia di lavoro che abbraccia aspetti essenziali da tenere sotto controllo nelle attività quotidiane.
Tra queste competenze sono essenziali:

  • Ascolto Attivo: la capacità di cogliere i segnali sottesi alla comunicazione e di mettersi realmente a disposizione delle persone con cui si lavora;
  • Visione Sistemica: per comprendere (come nell’esperimento di Zimbardo) le dinamiche sociali di funzionamento dei sistemi complessi;
  • Domande Potenti: l’abilità di un Safety Coach di aprire nuovi scenari e far crollare convinzioni limitanti attraverso la costruzione efficace delle domande;

La Sicurezza non può e non deve limitarsi alla mera esecuzione stilistica di documenti burocratici.

 

Al centro di ogni azione di cambiamento culturale devono esserci le persone.

Ma tutto, come spesso accade, deve partire da noi.

Sicurezza Lavoro e Crisi Economica: come uscirne?

Solo tra qualche anno sapremo gli effetti sull’economia reale dell’emergenza Covid-19. Quello che sappiamo già, invece, è che al momento in cui scrivo lo S&P 500 ha recuperato un po’ di terreno perso dopo la più brusca caduta di sempre.

Se a noi la borsa valori interessa parzialmente quello che però dovremmo domandarci è: che effetti avrà la crisi economica sul mercato della Sicurezza sul Lavoro?

Tra i miei studenti e i miei clienti sento pareri polarizzanti.

Da una parte c’è chi afferma che finalmente le persone hanno aperto gli occhi sull’importanza della prevenzione e della protezione, dall’altra chi sostiene che la crisi taglierà ulteriormente le gambe alla Sicurezza (vista spesso, ahinoi, come un inutile costo).

Ora se mi segui da tempo sai bene come sono fatto. Matteo, l’inguaribile ottimista.

Fare il motivatore da quattro soldi non è certo il mio mestiere (nonostante la gente continui a confondere il Coaching professionale con le danze e i balletti proposti dai para-guru oltreoceano), ma lasciami dire che dobbiamo spostare il focus rispetto alla domanda scritta sopra.

Il punto non è che effetti avrà la crisi economica su di noi, la vera domanda è: che impatto avrai tu sulla crisi economica?

Non sono giochi di parole. Ripeto: che impatto avrai tu sulla crisi economica?

Sei solido e stabile come il monte Everest o hai fragili fondamenta che poggiano su sabbie mobili?

Sono anni che mi batto per far passare un messaggio chiaro e semplice, il successo nella vita è dato dal tuo valore umano.

Sono sicuro che molti perderanno il lavoro, molte aziende chiuderanno, tante famiglie entreranno in difficoltà. Questo mi fa stare male, mi fa proprio incazzare.

Il punto è che, quando arriva, la tempesta non avvisa. Mai.

Nessuno ti manderà un messaggino WhatsApp per dirti “ehi amico forse è il caso di occuparti del tuo futuro, perché sta per arrivare una valanga di sterco”.

Pensi davvero che l’Europa ci salverà? Sei davvero convinto che le banche, la dirigenza o un Deus Ex Machina scenderà dal cielo per risollevare le sorti del nostro Paese?

Beh allora in bocca al lupo. La verità è che quando un mostro famelico ti guarda dritto negli occhi, puoi scegliere di scappare a nasconderti sotto le gonnelle della mamma oppure rimboccarti le maniche, tirare fuori gli attributi e prendere a sberle chiunque si frapponga fra te e il tuo futuro.

Certo che sarà dura, certo che sarà difficile. Ma sarà difficile per chi passava le giornate a fare DVR Copia-incolla e svendeva pezzi di carta illegali a quattro soldi. Per quelle genti-della-sicurezza non ci sarà pietà. Verranno divorati dal mostro, saranno spazzati via come un castello di carte nella furia del più potente maestrale.

L’unica cosa che ti terrà al sicuro, che ti proteggerà, che ti renderà incrollabile davanti a qualunque scenario è la tua forza personale, il tuo valore umano.

Nessuno potrà mai toglierti la tua capacità di analisi, i tuoi anni di studio, i tuoi anni di sacrificio e di duro lavoro, le ore spese con gli occhi pesanti a diventare una persona migliore.

Io conosco le persone che frequentano la federazione, conosco i miei studenti e le persone che bazzicano i nostri eventi o il nostro gruppo Facebook Safety Coaching Italia.

Io li conosco perché sono come loro. Noi siamo quelli dell’“ancora un minuto, questo articolo mi interessa”, siamo quelli che preferiscono un libro alla TV spazzatura.

Siamo persone curiose, testarde, appassionate. Preferiamo l’ascolto autentico al pezzo di carta precompilato. Scegliamo il dialogo al posto del conflitto. Ci facciamo forza della nostra intelligenza emotiva per coinvolgere e per entusiasmare anche il più svogliato degli operai.

E allora amici, guardiamo in faccia la realtà. Crisi o non crisi, quando hai dedicato la tua vita a crescere, a migliorarti, a diventare un professionista migliore, non c’è Virus che tenga.

Noi spazzeremo via ogni incertezza, ogni timore, forti di chi siamo e di chi abbiamo sempre voluto essere: Professionisti autentici al servizio della vita umana.

Razzismo e Sicurezza sul Lavoro

Può un singolo gesto dare il via a una cambiamento di proporzioni epocali?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare un passo indietro, più precisamente al 1955.

Siamo in Alabama, e una signora afroamericana, di ritorno dal lavoro, sale su un autobus piuttosto affollato. Secondo le leggi razziali vigenti all’epoca, gli autobus erano divisi in settori: le prime 4 file riservate solo ai passeggeri bianchi, le ultime in fondo ai neri, quelle centrali miste, ma con precedenza sempre ai bianchi.

Essendo occupate tutte le file in fondo, la signora decise di sedersi nelle file centrali. Mentre l’autobus proseguiva la sua corsa, sempre più persone salivano rimanendo in piedi, tra cui anche un bianco.

A quel punto l’autista del bus fermò il mezzo, per intimare la donna di alzarsi e lasciare il posto all’uomo bianco, in piedi davanti a lei.

Nello stupore totale, la donna rifiutò: scatenando le furie dell’autista che iniziò ad offenderla e minacciarla… inutilmente! La signora, ignorando la legge, rimase seduta al suo posto.

Poco dopo venne arrestata…

Rompere un’abitudine per generare un cambiamento

La protagonista di questa storia (vera), si chiamava Rosa Parks e in quei pochi istanti di coraggio, rifiutandosi di seguire le ingiuste leggi razziali, metterà in moto una delle più grandi campagne per i diritti civili.

Il boicottaggio paralizzerà economicamente la società degli autobus, attirando migliaia di contestatori ai raduni, tra cui emergerà un giovane leader carismatico: Martin Luther King.

Quel gesto fu la scintilla, che provocò una catena di eventi e che portò nel tempo ad ottenere la completa abolizione delle leggi razziali negli Stati Uniti.

Rosa Parks è tutt’oggi un simbolo della storia Americana.

Questa bellissima storia di coraggio e di sfida nasconde diverse chiavi di lettura, diversi meccanismi psicologici e sociali e sarebbe bello analizzarli tutti.

Mi voglio però soffermare su uno di essi in particolare: il potere delle abitudini.

Un’abitudine di fatto, non è altro che un’azione ripetuta costantemente nel tempo.

Le abitudini si formano perché il nostro cervello è alla costante ricerca di nuovi modi per risparmiare energia e darci sicurezza.

Tornando un attimo alla storia, le persone di colore a quel tempo, erano abituate a “cedere il posto” (ed essere costantemente sottomessi) per rispettare la legge e quindi non essere arrestati.

Col suo gesto Rosa Parks modificò il modo di pensare e di agire della popolazione afroamericana…

Ruppe un’abitudine consolidata e generò un cambiamento.

Nel mondo della sicurezza sul lavoro, le cose non sono poi così diverse…

Molti lavoratori trasformano atteggiamenti o comportamenti errati, in abitudini.

Possiamo fare l’esempio del lavoratore che inizia a non indossare più il casco o gli occhiali di protezione, perché “sono scomodi”.

Oppure il lavoratore che non rispetta le norme di sicurezza dell’azienda perché: “Cosa potrebbe mai succedere?”.

Tutta questa sequela di comportamenti ripetuti nel tempo, generano abitudini pericolose, che si diffondono a macchia d’olio nelle aziende.

L’arduo compito del consulente o responsabile della Sicurezza, è proprio quello di rompere queste abitudini per introdurne di nuove e più funzionali.

Come fare?

Qualche newsletter fa, se ti ricordi, dicevamo che per cambiare un abitudine dobbiamo agire per step, ovvero:

  • Impostare un nuovo comportamento, più funzionale;
  • Trovare un segnale univoco;
  • Stabilire una sorta di ricompensa per gratificare quel comportamento.

C’è però un altro metodo molto potente per cambiare le abitudini, che è ciò che ha fatto anche la protagonista della storia:

Dare l’esempio!

Proprio così.

Come i comportamenti negativi si diffondono tra i lavoratori come un virus, anche quelli positivi possono fare altrettanto. E la storia che hai appena letto, ne è un chiaro esempio.

Al di là di competenza e tecnicismi, è solo dimostrando attraverso la tua identità e i tuoi valori, che puoi influenzare le persone che ti ascoltano.

Dare l’esempio, è uno strumento molto potente che ti potrà aiutare davvero nel creare e diffondere una solida cultura della Sicurezza.

Proprio come fece Rosa Parks.

“Trovo che se sto pensando troppo ai miei problemi, e al fatto che a volte le cose non sono come desidero che siano, non faccio alcun progresso. Ma se mi guardo attorno, vedo cosa posso fare, e lo faccio, io progredisco.”

Rosa Parks

Come sostengo da anni fare Sicurezza è un lavoro davvero complesso. Non si tratta solo di compilare correttamente un DVR o di erogare formazione.

Fare Sicurezza vuol dire soprattutto coinvolgereentusiasmare, essere in grado di spezzare abitudini disfunzionali e crearne di nuove.

Apatia, indifferenza e l’effetto spettatore nella Sicurezza

Marzo 1964, New York.
Catherine Genovese, una giovane ragazza che viveva nella Grande Mela, stava tornando a casa dopo un’intensa giornata di lavoro.

A pochi isolati dal suo appartamento, un’ombra le si avvicina e con un coltello in mano la aggredisce, pugnalandola più volte.

Una scena macabra, tra urla e grida strazianti provenienti dalla giovane ragazza, che tentava in tutti i modi di sfuggire all’aggressore, mentre la violentava.

Fu tutto inutile…

Successivamente la polizia ricostruirà la dinamica, e scoprirà una cosa davvero sorprendente, talmente tanto che portò questo brutale omicidio sotto gli occhi di tutti:

Ben 38 persone assistettero a quella scena senza chiamare la polizia.

Proprio così…

Nessuno dei presenti che guardava la scena, mosse un solo dito per aiutare la giovane ragazza.

Ora, non voglio dare giudizi sull’accaduto, ma la domanda sorge spontanea:

perché nessuno dei 38 testimoni intervenne o chiamò le forze dell’ordine?

Ignoranza pluralistica e diffusione di responsabilità

Devi sapere che questa particolare situazione ha un nome: si chiama “effetto spettatore”.

Secondo le ricerche di John Darley e Bibb Latané, 2 professori di psicologia che studiarono l’accaduto, nessuno intervenne per 2 motivi: ignoranza pluralistica e diffusione di responsabilità.

La prima, nasce dal concetto che in determinate situazioni di emergenza (come in questo caso), le persone osservano e copiano il comportamento degli altri.

Se un gruppo di persone non interviene, allora anche il singolo replica quel comportamento, diventando un semplice spettatore.

In quel caso, nessuno si prese la briga di intervenire e di conseguenza, percependo quella situazione come una NON emergenza, tutti fecero la stessa cosa… cioè nulla!

La seconda invece, è un fenomeno sociopsicologico nel quale una persona tende a NON assumersi alcuna responsabilità , quando ci sono altri presenti ad assistere a un evento.

In quella brutale situazione, in pratica, i testimoni, non sentivano particolarmente la responsabilità di chiamare aiuto, in quanto consapevoli che anche altri stavano assistendo alla scena.

Lo so che è tutto molto assurdo, ma la spiegazione scientifica di questo atteggiamento sconcertante, è questa…

Apatia e indifferenza nella Sicurezza sul lavoro

Ora, questo mix di apatia e indifferenza, se ci pensi bene, lo puoi notare in forme diverse anche nel tuo lavoro quotidiano di consulente o responsabile della Sicurezza.

Se la maggior parte non rispetta le regole, anche il singolo tenderà a copiare tale comportamento negativo.

Se ci pensi, molti incidenti sul lavoro, nascono proprio dall’indifferenza generale dei lavoratori nell’attuare e rispettare le norme di Sicurezza.

Va anche detto che, molto spesso i lavoratori non riescono autonomamente a:

  • Riconoscere i rischi del proprio lavoro e di conseguenza fare scelte di qualità per prevenire infortuni
  • Comunicare e collaborare per favorire lo sviluppo della Sicurezza all’interno dell’azienda
  • Mettere in atto valide strategie per lavorare in sicurezza

Come fare quindi per coinvolgere attivamente tutti i lavoratori alla Sicurezza?

Una risposta arriva direttamente da Albert Bandura, uno studioso della teoria dell’apprendimento sociale, che definì il concetto di autoefficacia.

In sintesi è la percezione che abbiamo di noi stessi di essere consapevoli di fare, sentire, esprimere o diventare qualcosa e che andrebbe a impattare sul comportamento umano, attraverso 4 aspetti:

  1. Processi cognitivi: le persone definiscono i propri obiettivi sulla base delle loro credenze. Un forte senso di autoefficacia permette di aumentare il proprio impegno verso scelte più consapevoli e corrette.
  2. Processi motivazionali: maggior fiducia nella propria autoefficacia, sostiene la motivazione a fare meglio di ogni essere umano. Sentirsi in grado di padroneggiare una determinata attività, aumenta la propria motivazione personale.
  3. Processi affettivi: essere convinti di riuscire permette di ridurre i fattori di stress, le proprie paure e di dominarle a proprio vantaggio.
  4. Processi di scelta: in base alle convinzioni di possibilità, le persone scelgono di fare o non fare, di allinearsi ai comportamenti del gruppo o rifiutarli.

Ecco perché è fondamentale che tu, in qualità di consulente o responsabile della sicurezza, sia in grado di riconoscere le potenzialità delle persone.

Solo così, potrai aiutare i lavoratori, a rafforzare la propria efficacia personale, dandogli la possibilità di esprimere il pieno potenziale e lavorare al massimo delle proprie capacità.

Provare per credere! 🙂

Coronavirus, sicurezza sul lavoro e riscaldamento globale… cos’hanno in comune?

Città deserte, serrande abbassate, persone chiuse in casa…

No, non è l’inizio di un film horror o di qualche saga zombie che va tanto di moda oggi, ma è la realtà attuale di alcune cittadine italiane.

Il famigerato Coronavirus (di cui ho già parlato in una precedente newsletter) è arrivato in Italia, scatenando ansia e paura collettiva tra la popolazione.

A tal proposito, ho letto di recente un articolo che mi ha fatto riflettere molto e mi ha spinto a scrivere questa mail.

L’articolo in questione metteva a confronto la percezione delle persone al pericolo del Coronavirus, rispetto al delicato tema del surriscaldamento globale.

Mi spiego meglio, riportandoti le cifre che ho letto:

Secondo l’articolo, il bilancio delle vittime del Coronavirus è attorno alle 2461 persone (dato ovviamente parziale, registrato nel momento in cui è stato pubblicato).

Una cifra altissima penserai…

Bene. Ora ti riporto un altro dato:

Negli ultimi 20 anni, secondo il rapporto del Climate Index Risk, in tutto il mondo quasi 500.000 vittime sono state direttamente collegate a oltre 12.000 eventi meteorologici estremi, con danni economici che ammontano a circa 3,54 trilioni di dollari USA.

Se fai una media, corrispondono a circa 25.000 vittime all’anno.

Ma c’è di più…

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) stima che tra il 2030 e il 2050 i cambiamenti climatici del pianeta, ne provocheranno altre 250.000, ogni anno… 10 volte tanto!

Ciò che si preannuncia, a causa del surriscaldamento globale, è uno scenario catastrofico, che porterà desertificazione in aree ora vivibili e il crollo dei nostri ecosistemi.

Uno scenario veramente terribile, quasi apocalittico.

Eppure…

Tutto questo, non sta provocando la stessa isteria di massa e preoccupazione come per il Coronavirus.

Ti sei chiesto il perché?

Una questione di percezioni

Secondo l’articolo, ciò avviene per 3 motivi: tempo, spazio, aspetto sociale.

Per quanto riguarda il tempo: l’epidemia del Coronavirus si sviluppa su un arco temporale più breve, rispetto al cambiamento climatico che ha come fine il 2050.

Parlando di spazio: l’epidemia ha una sua collocazione, ad esempio una determinata città o paese, mentre la crisi del nostro pianeta non è qualcosa sotto gli occhi di tutti, ma si manifesta come eventi talvolta isolati che non ci toccano.

Infine, parlando di aspetto sociale: va considerato che, la valutazione del rischio si fonda sempre sul calcolo costi-benefici, connessi al verificarsi di tale fenomeno.

Mi spiego meglio su quest’ultimo punto:

Impegnarsi per fermare l’epidemia comporta un costo (inteso come sforzo) più basso.

Di fatto, si tratta di: lavarsi le mani, evitare luoghi affollati, indossare mascherine.

Piuttosto facile, no?

Impegnarsi per fermare il cambiamento climatico invece consiste in: cambiamento radicale delle nostre abitudini, eliminare le emissioni di Co2, cambiare stile di vita, alimentare, ecc…

Tutto questo comporta uno sforzo percepito nettamente maggiore

Chiaro il concetto?

Se ci pensi, nel mondo della sicurezza sul lavoro, succede più o meno la stessa cosa.

Rifletti: quante volte hai incrociato gli occhi annoiati dei lavoratori o notato comportamenti menefreghisti in merito alle norme di sicurezza sul lavoro?

Il problema è che spesso i lavoratori hanno un’errata percezione dei rischi nel NON osservare le norme di sicurezza.

Quasi come se il pericolo di un incidente, dovuto all’inosservanza delle regole, non sia una cosa così reale e vicina

Ragionando in una logica di tempo, spazio e aspetto sociale, potremmo dire che:

  • Come per il surriscaldamento globale, non si ha o una tempistica imminente, ma piuttosto un “What if”. Un incidente potrebbe verificarsi domani, tra 6 mesi, tra 1 anno,o mai… il punto è che non è possibile stabilirlo con certezza.
  • Anche per quanto riguarda lo spazio, non abbiamo un luogo definito all’interno dell’azienda, dove potrebbe verificarsi un incidente. Ecco perché è importante che tutti i lavoratori siano allineati e preparati ad affrontare qualsiasi situazione si presenti.
  • Mentre per quanto riguarda l’aspetto sociale, assumere comportamenti diversi da parte dei lavoratori, implica talvolta un grande sforzo nel cambiare abitudini errate e convinzioni limitanti.

Come puoi quindi modificare la percezione di tempo, spazio e aspetto sociale, stimolando le persone ad agire, come è stato fatto con il Coronavirus?

Convinzioni e Abitudini

Sul cambiare le convinzioni, ne avevo già parlato in una vecchia newsletter e se ti ricordi, il “trucco” è: procedere attraverso piccoli passi.

La prima cosa che devi fare è costruire una sensazione negativa, associandola alla convinzione che vuoi eliminare, Ad esempio:

CONVINZIONE:
“La sicurezza sul lavoro è inutile, nella mia azienda non è mai successo nulla di grave”.

TUA RISPOSTA:
“Bene, sai quali pericoli corri seguendo questa convinzione?”

E li dimostri…

Fatto questo, devi creare dei dubbi inerenti a questa convinzione.

Esempio:
“Il fatto che non si sia mai verificato un incidente, ti rende immune?”

Dopodiché, gli step successivi, serviranno a costruire la nuova convinzione positiva e renderla stabile nel tuo interlocutore, usando riferimenti interni, esterni e immaginari.

ESEMPIO:
“La sicurezza sul lavoro ti permette ridurre sensibilmente il rischio di infortuni. Hai mai pensato a quanto costerebbe all’azienda un ipotetico infortunio di un lavoratore? ”

Ovviamente devi sempre argomentare con prove, numeri ed esempi.

Fatto questo, è il momento di associare anche una sensazione piacevole e più funzionale.

ESEMPIO:
“Hai idea dell’enorme stima e prestigio che otterrà la tua azienda operando in questo modo e allo stesso tempo TU come responsabile/capo/titolare/lavoratore?”

Per quanto riguarda le abitudini invece, sai bene che quelle sono dure a morire!

Scherzi a parte, anche loro si possono modificare o sostituire, l’unica cosa che devi conoscere, è ciò che viene definito “habit loop”.

Mi spiego meglio…

Un’abitudine si forma quando sono presenti 2 elementi fondamentali:

  • Un segnale semplice e univoco
  • Una ricompensa

Ora, per inculcare una nuova abitudine, devi:

  • Stabilire prima un nuovo comportamento (routine)
  • Trovare il segnale univoco (qualcosa di facile e uguale da rilevare)
  • Stabilire la ricompensa di quel comportamento (cosa otterrai rispettando tale azione)

Sembra facile, ma ti assicuro che non lo è anzi, cambiare un’abitudine radicata, richiede un lavoro certosino e costante.

Diplomifici, DVR Copia Incolla e Para-Guru della Sicurezza

Striscia la notizia ha colpito ancora…

L’altro giorno mi è capitato di vedere un servizio interessante dove un para-guru che proponeva corsi sugli investimenti, veniva accusato di truffa.

Ora, personalmente non ho approfondito molto la vicenda, non ne ho avuto il tempo, ma mi ha fatto riflettere su quanto sia diventato sempre più facile soggiogare le persone con promesse impossibili.

Si sa che con il denaro è più facile, chi cerca scorciatoie per diventare ricco senza lavorare (e ce ne sono tanti), viene attirato come un’ape dal miele.

Ti posso assicurare che in questi anni passati in giro per l’Italia a erogare formazione nelle aziende, è una prassi piuttosto comune, in tutti i settori.

Promesse mirabolanti, attestati fasulli, riconoscimenti inesistenti, sembra di essere un po’ al mercato di Porta Portese, dove puoi trovare qualsiasi cosa tu stia cercando.

Succede anche nel mondo della Sicurezza sul lavoro.

In questo settore ad esempio (dove ho visto delle cose veramente assurde), solitamente si verificano situazioni al limite della decenza.

Diplomifici e maghi del copia-incolla

Sì, hai letto bene… nel mercato della formazione alla Sicurezza sul lavoro, accadono cose piuttosto bizzarre, gestite da personaggi che io ho segmentato in due categorie:

Da una parte abbiamo i “furbetti del quartierino”, i quali hanno capito che alla maggior parte delle aziende non interessa davvero formarsi sulla sicurezza.

Vogliono piuttosto essere legalmente in regola, al verificarsi di controlli o grattacapi.

Cosa fanno quindi questi fenomeni”?

Organizzano corsi di poche ore, o addirittura finti corsi, fornendo attestati illegali utili solamente a dimostrare con pezzi di carta gli adempimenti normativi.

Ma cosa cambia dopo queste pratiche?

Niente, solo una finta illusione di essere in regola con le norme di sicurezza…

Dall’altra parte troviamo invece i veri e propri specialisti del copia incolla, bravissimi a produrre scartoffie e a riempire gli scaffali di documenti e manuali.

Questa seconda categoria di specialisti (si coglie l’ironia?) eroga sì i corsi di formazione, ma lo fa in maniera asettica, sterile e ripetitiva.

Sono praticamente dei lettori di slide comprate a buon mercato sui megastore della Sicurezza.
Sono quegli azzeca-garbugli che producono DVR con qualche “Click”.

Valore aggiunto da queste persone? Meno di zero.

Purtroppo per cambiare davvero le cose non può funzionare così…

Quando si vive nel mondo reale, fatto di incidenti e numeri impietosi, ci si rende conto che nulla è cambiato e le difficoltà sono sempre le stesse.

Nella nostra federazione ci impegniamo da anni per promuovere una Sicurezza fatta di valori, di persone e di Professionisti veri, quelli con la P maiuscola.

Questi professionisti si formano, studiano, si aggiornano, combattono con ogni mezzo per dare ogni giorno valore ai loro clienti e alle loro aziende.

Noi vogliamo formare questi professionisti al nostro Metodo Safety Coaching, aiutandoli a colmare quel Gap tra la conoscenza tecnica in materia di Safety e la sua diffusione a tutti i livelli aziendali.

Ma attenzioneanche nel mondo delle cosiddette Soft Skills ci sono corsi e corsi.

Come riconoscere un Diamante da uno Zircone?

Prima di rispondere a questo quesito, dobbiamo fare delle premesse.

  • Nessun corso che ti vende teoria può trasformarti in esperto senza un’adeguata pratica compresa
  • Nessun corso può trasformarti in esperto in qualche ora
  • Nessun corso può darti qualcosa se non sei pronto a metterti in gioco

Sono concetti semplici, ma rappresentano la base per ogni riflessione.

Chiarito questo i due elementi su cui devi fare affidamento sono: Contenuti e tempo.

Un corso valido, completo, deve darti tutti gli strumenti di cui hai bisogno per raggiungere il tuo obiettivo di crescita professionale, e nel nostro caso i contenuti riguardano

Motivare le persone e Coinvolgerle alla Sicurezza sul Lavoro.

E per quanto riguarda il tempo?

Beh, qui dipende dalla mole di contenuti del corso, ma ti posso dire tranquillamente che in poche ore, nessuno è mai diventato un esperto.

Quando vedo annunci mirabolanti come “Impara il public speaking in poche ore” o “Diventa coach dal divano di casa tua”, mi viene subito l’orticaria.

Per acquisire una buona base di queste discipline, serve molto più di qualche oretta buttata lì a casaccio.

Conosci il famigerato effetto Dunning-Kruger?

“E se chi è stupido fosse troppo stupido per accorgersi di essere stupido?”

Nel 1999 David Dunning e Justin Kruger sono partiti da questa domanda, per rispondere a questo fenomeno che molto spesso si verifica in tutti gli ambiti, lavorativi e non.

L’ipotesi era quella di verificare se le persone inesperte, realmente tendessero a sopravvalutare le loro capacità e di conseguenza a non rendersi conto della propria inadeguatezza.

Per fare questo, hanno svolto un test con alcuni studenti di psicologia della Cornell University, mettendoli alla prova su 3 diversi campi: umorismo, logica e grammatica.

I risultati furono sorprendenti…

Da una parte, le persone più preparate tendevano a non essere sicuri della buona riuscita del test, dall’altra quelle più sicure e troppo convinte delle loro capacità, ottenevano il punteggio più basso.

Dunning e Kruger avevano fatto centro, dimostrando perfettamente la loro ipotesi iniziale.

Quel che è peggio però è che le persone che tendono a sopravvalutarsi, convinte di essere dei geni, compiono 2 errori cruciali:

Il primo è quello di pensare di essere ad un livello più elevato rispetto agli altri.

Il secondo invece è che, essendo convinti di sapere già tutto quello che c’è da sapere, non hanno bisogno di approfondire ulteriormente e testare quanto siano effettivamente preparati.

Ora veniamo a noi…

Ti sei mai ritrovato in una discussione con il “fenomeno di turno” che esalta le proprie conoscenze su un determinato tema, per poi nella realtà dei fatti dimostrare il contrario?

Se sei un professionista della sicurezza, avrai sicuramente avuto a che fare con lavoratori “esperti”, convinti di sapere tutto, a tal punto da voler insegnare a te quello che tu hai studiato e pratichi da anni sulla sicurezza.

Avrai notato che, quando provi a far ragionare queste persone, ti ritrovi a sbattere contro un muro di gomma. 

Le loro convinzioni sono talmente radicate, che è praticamente impossibile venirne a capo.

Ecco, questo fenomeno è ESATTAMENTE l’effetto Dunning Kruger. 

Una distorsione cognitiva, che fa credere all’ignorante di sapere tutto, quando in realtà non è assolutamente così!

Alcune armi del professionista della Sicurezza

Cosa possiamo fare quindi quando ci ritroviamo in questa situazione?

No, se stai pensando che la soluzione sia insistere con la tua tesi, convinto che prima o poi ti ascolterà, sei fuori strada.

La prima cosa da fare è comprendere i suoi schemi di pensiero.

Cosa pensa dentro di sé?

Quali sono i suoi valori e le sue convinzioni?

Se parti già dal presupposto che quella determinata persona sia un cretino, ti assicuro che fallirai il tuo compito ancora prima di iniziare.

Al contrario, entrando nella sua testa, potrai capire quali leve emozionali possono destabilizzare le sue fondamenta e colpire nel segno al momento opportuno, stabilendo di conseguenza un rapporto di fiducia.

Ma non è tutto…

Una volta compreso questo, potrai colpire il tuo bersaglio con frecce appuntite chiamate “domande”.

Fare domande mirate infatti, ti potrà aiutare ad aumentare la consapevolezza delle persone e spostare il loro punto di vista verso il tuo.

Ti faccio un esempio:

Hai presente il classico venditore che si presenta davanti la porta di casa tua per venderti qualcosa che non ti serve e non hai richiesto?

Bene, che cosa fanno i venditori più bravi?

Provano innanzitutto a creare un rapporto di fiducia ascoltando cos’hai da dire, (i più bravi parlano pochissimo) e iniziano a farti delle domande per capire quali sono i tuoi valori e cos’è più importante per te.

Così facendo destabilizzano le tue convinzioni per portarti dalla loro parte.

Il problema riguarda anche i professionisti della Sicurezza…

L’effetto Dunning-Kruger però, non lo troviamo solo nei lavoratori, ma anche nei consulenti.

Mi è capitato infatti di incontrare più volte professionisti, freschi di corso da mezza giornata, convinti di sapere tutto riguardo la sicurezza.

Talmente sicuri da smettere di formarsi dopo il corsetto da 2 ore.

Il problema però era che nella realtà dei fatti, non ottenevano alcun risultato, rivolgendosi poi a me nel tentativo di trovare una risposta.

“Perché le persone non mi ascoltano?” 

“So a memoria tutte le norme di sicurezza di questa terra, eppure la gente si annoia o mi ignora.”

Questa è la domanda classica che mi sento rivolgere da queste persone.

La risposta che do in questi casi è molto semplice: 

perché oltre alla parte teorica, che un professionista deve conoscere, ti manca la parte pratica.

Una serie di competenze comunicative, che ancora NON hai, che ti aiuterebbero a motivare e a far comprendere alle persone l’importanza della sicurezza sul lavoro.

 

 

P.S. Voglio lasciarti infine con una frase cardine tratta dall’Apologia di Socrate, una citazione storica che spero ti farà riflettere.

“Sono più sapiente di questa persona: forse nessuno dei due sa nulla di buono, ma lui pensa di sapere qualcosa senza sapere nulla, mentre io non credo di sapere anche se non so. Almeno per questo piccolo particolare, comunque sia, sembro più sapiente di lui: non credo di sapere quello che non so.”

Il fattore più importante che causa infortuni

Qual è il fattore più importante – e spesso dimenticato – che causa infortuni?

Oggi indosserò per te il camice da scienziato pazzo e ti parlerò di leggi, formule e teorie…
Sei pronto per questo nuovo viaggio?

Ovviamente sto scherzando..

Quello di cui ti voglio parlare, più che una teoria, è un vero e proprio modo di pensare che molti lavoratori, purtroppo, applicano all’interno dell’azienda.

Prima di questo però, voglio raccontarti una storia di un imprenditore successa realmente.

Naturalmente non posso fare nomi e cognomi, perciò la chiamerò l’azienda del Sig. Rossi.

Questo imprenditore stava cercando di capire come sistemare la situazione sicurezza delle sue 2 aziende.

Lui era un imprenditore tuttofare, con l’indole del venditore nel sangue (frutto dei suoi numerosi anni di esperienza nel campo della vendita), gestiva clienti e fornitori e andava a caccia di nuovi appalti durante il giorno, delegando la parte sicurezza e direzione ai suoi due fidati collaboratori.

Due giovani dipendenti che avevano dimostrato affidabilità e una buona leadership nel corso del tempo.

Aveva anche investito molto per la sicurezza dei suoi operai, tra cui nuovi macchinari CNC con tutte le protezioni necessarie.

Il problema però è che tutto questo servì a poco.

Mi parlò di un piccolo incidente ad un suo dipendente… a causa delle protezioni mancanti nel macchinario!

Questo fu un fulmine a ciel sereno, non era mai successo niente di così grave in azienda, ma quello che scoprì in seguito fu davvero clamoroso…

Com’è possibile che sia capitato un incidente a causa delle protezioni mancanti, se il macchinario era perfettamente a norma?

E’ presto detto:

Per comodità, i dipendenti avevano tolto le protezioni alle frese cnc di tutta l’azienda, oltre al fatto che non indossavano i caschi di protezione, perché “troppo stretti” e che provocavano un “cerchio alla testa”.

Quando si confrontò con i 2 responsabili, ne uscì la seguente frase: “Capo abbiamo sempre lavorato così e non mai successo niente!”

Questa frase, nel mio lavoro con tante aziende, l’ho sentita milioni di volte.

In realtà è un principio tipico della nostra mentalità, quello di pensare che andrà sempre tutto bene così come abbiamo sempre fatto.

Il cuore del problema

La causa dell’incidente, è la mancata inosservanza delle regole fondamentali della sicurezza e nel farle rispettare da parte dei responsabili.

Togliere le protezioni a un CNC per comodità, o perché non è mai successo e di conseguenza non succederà mai.

In realtà questa frase nasconde un errore logico molto comune anche nelle discussioni di tutti i giorni che in retorica è definito “ricorso all’antecedente”, ovvero istituire un paragone sbagliato nel tempo.

Non è mai successo prima, quindi non succederà mai.
Viceversa, è già successo una volta e dunque succederà ancora.

Il fatto che finora, pur non rispettando le norme della sicurezza sia andato tutto bene, non significa che andrà sempre tutto per il verso giusto.

I 3 fattori che causano infortuni

Le cause degli infortuni sul lavoro generalmente rientrano in 3 fattori:

  • Tecnici
  • Accidentali
  • Umani

Tralasciando i primi 2 (non meno importanti), il fattore umano è quello che occupa una posizione di predominanza rispetto agli altri.

Spesso ci si preoccupa (come nel caso dell’azienda del Sig. Rossi) di possedere il DPI migliore con tutte le protezioni ai macchinari, ma ci si dimentica che sono le persone a fare la differenza attraverso comportamenti sicuri e maggiore responsabilità.

Ci si concentra e si spende più tempo per evitare errori tecnici o disgrazie, ma non si dedica il giusto tempo nell’ascoltare i bisogni dei lavoratori e a una sana comunicazione a tutti i livelli organizzativi.

E questo riguarda sia le aziende più piccole come in questo caso, quanto le realtà più grandi.

Occuparsi di sicurezza solo come una questione tecnico-burocratica, investendo in strumenti tecnologici che ci illudono di dormire sonni tranquilli, non basta.

La Sicurezza sul lavoro non è un tuo nemico

Storie come questa, le ho sentite più volte durante la mia esperienza e tutte hanno un comun denominatore: la mancanza di una vera e propria cultura della Sicurezza all’interno dell’azienda.

Un consulente della Sicurezza o un responsabile interno che ha questo compito, deve possedere oltre alla conoscenza teorica normativa, tutta una serie di soft skills che permettano di motivare le persone e renderle responsabili nei confronti del Safety.

In questo caso, ciò che è mancato di più da parte dei responsabili è: comunicazione e ascolto.

Mancata comunicazione sia nei confronti dell’imprenditore sia nei confronti dei lavoratori.

Mancato ascolto invece per quanto riguarda i problemi dei lavoratori con la sicurezza.

Spesso la sicurezza viene vista come un nemico da combattere o da evitare, un insieme di pratiche noiose che fanno perdere tempo.

Il lavoro che dev’essere fatto invece è quello di rendere la sicurezza tua amica.

Mi spiego meglio…

Un responsabile, che ha come obiettivo il far applicare le norme e le protezioni necessarie, deve far capire perché sono fondamentali e mostrare lo scenario peggiore possibile.

Un po’ come un abile venditore che per vendere un prodotto o creare un bisogno proietta la tua mente nello scenario peggiore possibile e ti mostra come il suo prodotto possa realmente aiutarti.

Per fare questo però, non devi porti come il vigile minaccioso pronto a multare tutti..

Quello che insegniamo nel metodo Safety Coaching è che un vero professionista non spinge MAI a raggiungere un obiettivo a suon di bastonate…

Si tratta invece di incoraggiare e di motivare, accompagnando l’apprendimento e la scelta dei giusti comportamenti.

Un Safety Coach ha assoluto interesse nel portare i lavoratori a rispettare norme e comportamenti, raggiungendo così l’obiettivo ZERO infortuni, ma lo fa in modo distaccato.

Non fraintendermi, per distacco non intendiamo certo menefreghismo, anzi, è piuttosto mostrare alla persona come fare i primi passi e lasciarla libera di apprendere stimolando la riflessione autonoma.

Come cambiare davvero la Cultura della Sicurezza

Nel complicato mondo della Sicurezza sul Lavoro, quello con cui probabilmente ti confronti ogni giorno, la necessità di un cambio Culturale è sotto gli occhi di tutti: c’è ancora troppa poca attenzione al tema della prevenzione!

Che si tratti di migliorare l’attenzione dei lavoratori sulle corrette procedure di sicurezza, che si tratti di convincere un datore di lavoro ad approvare un nostro progetto oppure che si lavori nell’ambito più generale di migliorare le disposizioni sul Safety, quello che realmente ci serve è sapere come fare per guidare, condurre e mantenere il cambiamento culturale.

Ma cosa serve per realizzare un radicale cambio di Cultura all’interno di un’organizzazione?

Da appassionato di Change Management e Crescita personale, molto spesso questa domanda si è affacciata nella mia mente, lasciando spazio a tanti dubbi.

Se da un lato la ricetta definitiva sembra pura utopia, con gli anni una cosa però l’ho capita: c’è un’enorme differenza tra i cambiamenti temporanei e i cambiamenti permanenti.

Per comprendere meglio questi due meccanismi dobbiamo anzitutto affondare la nostra ricerca nella Teoria Sistemica.

Secondo questa Teoria un sistema può essere definito come un insieme di elementi interdipendenti. Ogni variazione di uno di questi elementi tende a riflettersi su tutti gli altri, analogamente un cambiamento nel sistema tende ad influenzare i diversi elementi del sistema e, frequentemente, l’ambiente in cui è inserito e gli altri sistemi con i quali entra in relazione.

Per poter parlare di sistema è necessario che gli elementi abbiano una sorta di scopo in comune (anche non espressamente dichiarato).

Quando si osserva il cambiamento da una condizione (A) verso una condizione migliore (B) considerando la Logica Sistemica, tutto acquista una comprensione diversa.

I Sistemi infatti tendono all’omeostasi, la naturale propensione al raggiungimento dell’equilibrio.

Ricorda: Ogni volta che cerchiamo di introdurre un cambiamento nei sistemi (leggasi aziende) questi agiranno con una forza contraria che tenterà di contrastarci per mantenere l’equilibrio raggiunto.

Ecco allora che non possiamo accettare solo i cambiamenti temporanei. 

Un operaio che indossi un DPI (comportamento) ma non abbia realmente compreso il valore di farlo (convinzione) e non abbia acquisito il meccanismo inconscio di ripetizione del comportamento (abitudine), non ha realmente avviato un processo di cambio culturale.

Per ottenere un cambiamento permanente è necessario analizzare i fattori sistemici che potrebbero ostacolare tale cambiamento.

Tra i fattori sistemici più rilevanti ci sono:

> Tempo 

> Scambio

> Ruolo / Posto

Il Tempo indica la presenza di elementi del sistema che vanno riconosciuti. Anzianità di grado, esperienza, tempo investito nel lavoro e così via.

Esempi di frasi connesse a questo fattore: “Sono anni che faccio questo lavoro, non mi servono le tue indicazioni” “Ho una grande esperienza, io so come lavorare in sicurezza”

Lo Scambio indica invece la necessità di equilibrio tra dare e ricevere: tra capi e sottoposti, tra datore di lavoro e collaboratori, tra clienti e fornitori etc.

Quando nascono problemi su questo fattore potresti ascoltare frasi come “Non ho il giusto riconoscimento per il mio lavoro” “Ho dato molto ma non è tornato nulla”. 

Il Ruolo o Posto occupato nel sistema è fondamentale affinché gli elementi siano collocati correttamente. 

Si hanno problemi su questo fattore quando le responsabilità vengono fatte calare dall’alto o quando qualcuno soffre una posizione occupata all’interno dell’organizzazione. “Sto male in questo nuovo ruolo di Preposto” “Non mi hanno aiutato a ottenere la Leadership necessaria”

Per poter realizzare un cambiamento solido e duraturo dal punto di vista Culturale è indispensabile osservare correttamente un Sistema nel suo insieme, su tutti i livelli.

Il tuo compito come Professionista della Sicurezza non è fare il poliziotto. La politica della paura ha efficacia solo nel breve termine.

Il salto di livello nel lungo termine si ottiene solo influenzando le Convinzioni profonde dei lavoratori e rinforzando i Comportamenti sicuri agendo in una logica Sistemica.

Il nostro Metodo Safety Coaching nasce con lo scopo di facilitare il tuo lavoro e aiutarti a coinvolgere il cuore e la coscienza di tutti i lavoratori e della dirigenza.

Cultura della Sicurezza e il Fenomeno Hooligans

Nella civile, avanzata, moderna Lombardia, quest’anno si è registrato un incremento del 61% delle cosiddette “morti bianche”, gli infortuni sul lavoro con esito mortale, con un bilancio di ben 58 decessi dall’inizio dell’anno nella sola regione.

Non è solo “sfortuna” o “fatalità”, lo sappiamo bene.

Si tratta di norme da seguire, controlli da rafforzare, formazione da erogare. Ma, soprattutto, si tratta di creare una cultura della sicurezza condivisa. Solo così si può invertire un trend tragico.

Immagino che tu abbia già sentito parlare dei tristemente noti hooligans. Non certo dei gentlemen britannici, e neppure semplici tifosi appassionati della propria squadra. Fin dagli anni ’60, si sono caratterizzati più come dei teppisti organizzati in gang, con una notevole propensione alla violenza gratuita.

Dagli anni ’70 in avanti sono stati numerosi i casi di accoltellamenti e le morti di tifosi. In Italia ha avuto molta eco la strage dell’Heysel: in occasione della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool persero la vita 39 tifosi, la maggior parte italiani. Il tragico culmine si registra il 15 aprile dell’89, quando 96 tifosi del Liverpool muoiono schiacciati dalla calca durante una partita. È l’ennesimo campanello d’allarme, e lo Stato non può più fare finta di niente.

I provvedimenti presi dal governo e da Margaret Thatcher, all’epoca Primo Ministro, furono molteplici. Interventi repressivi, miglioramento degli stadi, ma soprattutto un cambio di prospettiva epocale: responsabilità condivisa dallo Stato alle società sportive.

I club vennero responsabilizzati, chiedendo a loro di vigilare sulla sicurezza degli stadi con personale interno, non appoggiandosi solo alla polizia, un ente esterno da sempre visto come “nemico”. Questo passaggio è stato di cruciale importanza per cambiare la mentalità dei tifosi, costruendo una mentalità condivisa di sport sano, capace di “espellere” autonomamente le frange più volente ed estremiste.

In pochi anni, grazie alla combinazione di manovre di diverso tipo, repressive ed educative, è stato possibile cambiare la cultura del tifo inglese. Questo aspetto è di fondamentale importanza.

Infatti, l’uomo è un animale sociale ed è fortemente influenzato dal contesto in cui si trova, dalla cultura che permea l’ambiente intorno a lui.

A tal proposito, mi piace ricordare la teoria delle finestre rotte, così definita negli anni ’80 dal sociologo James Q. Wilson e dal criminologo George L. Kelling.

I due studiosi rispolverarono un esperimento sociale condotto nel 1969 da Philip Zimbardo.

Lo psicologo abbandonò per strada due automobili: una nel malfamato quartiere del Bronx e l’altra nella ricca Palo Alto, in California. Come era forse prevedibile la vettura a Palo Alto non venne toccata, quella nel Bronx fu invece saccheggiata e danneggiata.

Ma poi Zimbardo, a distanza di qualche settimana, tentò una variante: ruppe il finestrino di una seconda auto parcheggiata sempre in California. Questo cambiò le cose: la nuova condizione portò la macchina posteggiata nei quartieri altolocati a ricevere lo stesso trattamento di quella del Bronx. Bastò un solo finestrino rotto.

Molti dei saccheggiatori non erano criminali o persone disagiate, ma avevano l’aspetto di persone comunissime. Lo psicologo giunse pertanto alla conclusione che il finestrino rotto è un segnale di abbandono della zona, che fa scattare un meccanismo mentale di noncuranza e ribellione alle regole sociali.

In un certo senso se l’ambiente intorno a noi manifesta scarso rispetto delle norme civili, ci sentiamo autorizzati a compiere atti vandalici in misura sempre maggiore.

Ed ecco dunque tornare il tema del condizionamento culturale. Come esseri sociali tendiamo a uniformare il nostro comportamento a quello delle persone intorno a noi.

Anche nella Sicurezza sul Lavoro, se nell’ambiente intorno a noi “si chiude un occhio” sulle piccole disattenzioni, l’atteggiamento dei più tenderà verso un pericoloso e progressivo abbandono delle regole stabilite.

Ricorda: la Teoria delle finestre rotte ci insegna che un ambiente rigido, che stronca sul nascere i piccoli comportamenti scorretti, è vincente nel costruire una solida Cultura della Sicurezza.

Solo con vigilanza costante, attenzione e molta dedizione si possono costruire le fondamenta di un’azienda sicura.